Ludwig

Heart speaks to heart


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Figli o figliastri?

«Invece quello a cui si perdona poco, ama poco».

(Lc 7,47)

 

È vero: dietro il rapporto del perdono c’è una reciprocità d’amore molto profonda.

È un qualcosa di molto diverso il chiedere scusa e lo scusare ed il chiedere perdono e perdonare. Nel primo caso si tratta di un qualcosa che rimane molto superficiale rischiando l’anonimato tra le persone coinvolte e che difficilmente le mette in discussione riconoscendosi tra loro come individui alla pari: l’ambito dello “scusa!” ha sempre un retrogusto di un’asimmetrica superiorità e disuguaglianza.

 

Il perdono, invece, mette in discussione le persone coinvolte.

Chi chiede sinceramente perdono fa una violenza d’amore a chi sta di fronte, perché la costringe, in qualche modo, ad una doppia scelta: o chiudere il proprio cuore in un egoistico dolore dovuto ad un orgoglio ferito, oppure lo apre ad una risposta d’amore che riconosce la dignità dell’altro come pari.

E difficilmente ci reputiamo pari agli altri e, men che mai, inferiori: da qui nasce la nostra incapacità di chiedere perdono e di perdonare in maniera completa e decisa.

 

La responsabilità del perdono è in ordine anche nell’aiutare l’altro a crescere nell’amore: quando riesco a perdonare, nell’altro libero una forte carica di amore e riconoscenza.

 

Il perdono non tocca in maniera esclusiva la parte offesa, ma, prima di tutto, la primaria (e spesso inconscia) esigenza di essere riconosciuti figli di un Padre che ci ha perdonati con il suo sangue prima ancora che glielo chiedessimo.



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Kung Fu Panda (ovvero: si vis pacem, para bellum)

E’ da un po’ che mi ritrovo a rimuginare su questo film di animazione (ultimo, comunque, di una serie) e ho deciso di buttare giù qualche breve riflessione che riguarda la narrazione della storia. Chiedo scusa per la sinteticità, ma rimango a disposizione per eventuali chiarimenti o commenti.

Una avvertenza soltanto: chi si ritiene un “fan” di questo genere di film non vada avanti, potrebbe rimanere un po’ contrariato…

 

Iniziamo.

 

Partendo dal presupposto che da cultore di fumetti, illustrazione e cinema di animazione ho ben poco da dire riguardo la realizzazione tecnica di questo film (che in certi tratti è davvero grandioso), dopo essere uscito dalla sala cinematografica ho iniziato a ripensare alla storia: aveva un qualcosa di “già visto”.

Se si prova a grattare via la cortina di immagini e a ridurre la storia all’essenziale, si ritrova uno stilema narrativo tipico di una mentalità imperialista.

Provo a tradurre quello che ho detto prima.

Il film si caratterizza per la crescita del protagonista, che da “sfigato” diventa un supereroe e, per quanta simpatia possa suscitare la sua vicenda ed il modo in cui impara a trovare la sua modalità di allenamento (e quindi di crescita) è un classico esempio di dualismo che nella realtà non trova riscontro: divisione netta tra buoni e cattivi.

Il film, alla fin fine, ripropone il mito della VIOLENZA SALVATRICE: solo la violenza può garantire la pace.

 

FALSO!

IPOCRITA!

UTOPICO!

 

Nella mentalità imperialista, cioè di chi detiene il controllo del mondo (in questi tempi gli Stati Uniti, come nel passato l’Inghilterra, Roma, Egitto…) non esiste la possibilità che qualcuno critichi il sistema: il nemico va quindi sempre annientato, distrutto, annichilito.

Il nemico non ha MAI POSSIBILITA’ DI REDENZIONE.

FALSO! e quanto meno riduttivo.

Negli scontri personali, sociali, nazionali, la violenza offre l’illusione di una risoluzione veloce al problema.

Ma la storia non insegna esattamente questo.

Negli scontri violenti c’è sempre un solo vincitore, che erge la sua bandiera su cumuli di cadaveri, ed è la violenza stessa.

La violenza salta sempre sul carro di chi vince e non sta a guardare la bandiera, la razza, la cultura, la storia…

La violenza non riconosce in chi sta davanti un suo pari, ma qualcuno di inferiore e, quindi, di eliminabile: nessuno ne sentirà la mancanza.

Il “cattivo” è sempre da estinguere perché non è un mio “simile”: è qualcuno che attenta alla mia pace, alla mia serenità, anche se non mi pongo il problema su cosa ho costruito la mia pace e la mia serenità (per non parlare del mio benessere).

La pace del villaggio del film si fonda sulla distruzione del nemico, anzi, sulla sua disintegrazione. Non sappiamo che fine fa il cattivo. Scompare letteralmente dalla storia…

A che prezzo la (finta) pace?

E’ questo l’ambiente culturale in cui cresciamo come essere umani?

Kung Fu Panda?!? mah…

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Epilogo.

Un giorno una giornalista inglese, prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale fece questa domanda al Mahatma Gandhi:

“Lei userebbe la nonviolenza anche contro Hitler?”.

E Gandhi rispose, con molta prudenza, senza slogan:

“Forse sì. Certo con molti dolori e molte pene. Ma perché, forse, secondo lei, la guerra non comporta molto dolore e molte pene?”.