Ludwig

Heart speaks to heart


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Attese e desideri

Ma Erode diceva: “Giovanni l’ho fatto decapitare io; chi è dunque costui, del quale sento dire tali cose?”. E cercava di vederlo.

(Lc 8,17)

Erode incontrerà Gesù nella cornice della Passione, ma sarà un incontro vuoto e sterile: Erode dovrà aspettare la morte per incontrare davvero Gesù.

È qui che si pone l’atteggiamento discriminante della mia vita spirituale: cosa viene prima delle mie attese e dei miei desideri? Detto in altro modo è difficile riuscire a vedere Gesù quando il centro della mia attenzione è rivolto a me stesso e alle mie sole ed esclusive difficoltà. È per questo che nei momenti di crisi tutto risulta più difficile e complicato, perché il mio sguardo non riesce ad andare al di là della mia sofferenza, che si traduce anche in un cattivo modo di relazionarmi.

Quando per un motivo o per un altro smetto di decentrarmi, facendo sparire Gesù dal centro della mia vita e trasformandolo al massimo in un curioso accessorio della mia esistenza, tutto diventa un po’ più complicato e pesante.

Forse è proprio in questo momento che ricomprendo il ruolo e l’importanza dell’ascesi, della lotta prima di tutto con me stesso con l’aiuto del Signore.

FELICE


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Obbedendo

«Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza dalle cose che patì».

(Eb 5,8)

 Nella cultura contemporanea accettare  la sofferenza è un qualche cosa di improponibile, ancor meno riuscire ad intuire che possa essere motivo di crescita.

Eppure la vita di Gesù ci indica una strada alternativa che non è il rinnegare o lo sfuggire al dolore, ma un fidarsi di Qualcuno che non si vede in una situazione in sé disumanizzante.

Perché la sofferenza, qualsiasi essa sia – fisica, psicologica, morale – ha la capacità di ridurre all’impotenza qualsiasi uomo: in questa situazione la fede non diventa una via d’uscita o una chiave ermeneutica della sofferenza, ma un incontrollabile spiraglio di una luce che è speranza. Non tanto una speranza di guarigione, quanto primariamente la certezza di una Presenza che a volte risulta essere scomoda o fuori posto.

 

Perché la sofferenza mi costringe ad ascoltare innanzitutto la mia vita nella sua crudezza e a volte crudeltà e poi…

… se c’è  un poi.

 Del resto la parola “obbedienza” è intimamente ed intrinsecamente legata con l’ascolto, quello di qualcosa o di Qualcuno che è più grande di me e che travalica i miei pensieri e che mi apre a nuovi significati esistenziali.


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Una con-siderazione

«E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo».

(Gv 3,14)

La storia universale e la vita di ciascuno a volte sembrano essere senza alcun senso, come ciechi che camminano nella notte.

A questo barcollare si aggiunge il peso del peccato sociale e personale che aggrava ulteriormente la situazione. Per questo vivere può risultare stancante fino a ferire l’anima, perché alla fine sono così concentrato a guardare la punta dei miei piedi ed il terreno su cui cammino che mi dimentico di con-siderare tutto il resto, di alzare cioè gli occhi verso il cielo per allargare gli orizzonti del mio cuore.

Imparare a guardare il Figlio dell’uomo che è stato innalzato sulla Croce non è un rito magico che allevia le sofferenze, ma è un esercizio dello spirito per imparare a guardare la mia vita ed il mondo che mi circonda da una prospettiva sempre nuova, ricca di una com-passione che riscalda il cuore nonostante le gelide storture del peccato e di un egoismo a volte rivestito di santa evangelicità.


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L’ombra della Luce

«Figlio di Davide, abbi pietà di noi».

(Mt 9,27)

Tra questa richiesta di misericordia e la guarigione dei due ciechi c’è un abisso di fede e la persona di Gesù Salvatore.

In tutto questo clima di sofferenza esplosa in maniera così repentina ed inaspettata, in questo momento in cui tutto sembra più buio del normale, una invocazione di misericordia diventa uno spiraglio per far entrare la Luce: forse è un tenue raggio, ma che non può essere sconfitto dalle tenebre circostanti.

La fede, la nostra fede, la mia fede è proprio così: è un guardare a quella Luce che passa attraverso uno strano spiraglio che ha la forma inquietante della Croce di Gesù. Di primo acchito fa male, come tutto il dolore di questo mondo che si insinua nelle pieghe della vita. Poi dipende dov’è che voglio fermare lo sguardo: se sulla porta cruciforme o sulla Luce che attraverso essa passa per illuminare il mio volto e quello che mi sta intorno.

Tutto questo non esclude la pesantezza delle tenebre che possono avvolgermi, ma so che l’oscurità, per quanto grande possa essere, non riesce mai a spegnere quella luce che Qualcuno ha acceso quaggiù per non spegnersi mai più.

Il resto è storia da raccontare a tempo e luogo.

E ancor prima da capire a suo tempo.