Ludwig

Heart speaks to heart


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Ognissanti

Recupero una riflessione di qualche tempo fa, ma che ben si addice alla giornata di oggi.

 

Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo.

(Gal 6,14)

 

In questa festa di S. Francesco la liturgia della Parola ci mette davanti all’unico giudizio della storia: quello della Croce.

Ed effettivamente è difficile annunciare lo scandalo della croce in un contesto culturale che tende a rimuovere il dolore e le sofferenze semplicemente nascondendolo o, al contrario, bombardandoci con un’esposizione mediatica che lo spettacolarizza svuotandolo di significato e rendendo duro il nostro cuore.

Eppure rimane l’unico metro di giudizio, l’unico punto di vista che mi restituisce la mia vita in maniera autentica, liberata da sovrastrutture o da giustificazioni: è lo specchio in cui ritrovo la verità di me stesso, anche se non è semplice fissare lo sguardo su ciò che riflette.

Pure il mondo è stato crocifisso, ricorda la Scrittura, cioè è stato riconsegnato alla mia responsabilità così come l’ha pensato Dio e non come io penso che sia: è diventato il terreno nel quale l’albero della croce è stato piantato per portare i suoi frutti di salvezza eterna, di un amore indefettibile.

E questo albero non conosce altra irrigazione se non il sangue di Cristo, che ad oggi continua ad essere versato per la mia salvezza.

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L’ombra della Luce

«Figlio di Davide, abbi pietà di noi».

(Mt 9,27)

Tra questa richiesta di misericordia e la guarigione dei due ciechi c’è un abisso di fede e la persona di Gesù Salvatore.

In tutto questo clima di sofferenza esplosa in maniera così repentina ed inaspettata, in questo momento in cui tutto sembra più buio del normale, una invocazione di misericordia diventa uno spiraglio per far entrare la Luce: forse è un tenue raggio, ma che non può essere sconfitto dalle tenebre circostanti.

La fede, la nostra fede, la mia fede è proprio così: è un guardare a quella Luce che passa attraverso uno strano spiraglio che ha la forma inquietante della Croce di Gesù. Di primo acchito fa male, come tutto il dolore di questo mondo che si insinua nelle pieghe della vita. Poi dipende dov’è che voglio fermare lo sguardo: se sulla porta cruciforme o sulla Luce che attraverso essa passa per illuminare il mio volto e quello che mi sta intorno.

Tutto questo non esclude la pesantezza delle tenebre che possono avvolgermi, ma so che l’oscurità, per quanto grande possa essere, non riesce mai a spegnere quella luce che Qualcuno ha acceso quaggiù per non spegnersi mai più.

Il resto è storia da raccontare a tempo e luogo.

E ancor prima da capire a suo tempo.



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La purificazione della memoria

[…] Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. […] Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto.

(Lc 1,30.38)

 

L’Avvento è il tempo che prepara al Natale, che ci aiuta a fissare lo sguardo su un bambino che nasce, un bambino che è Dio.

E questo può sembrare scontato, banale, normale, come ogni Natale.

In questi giorni di Avvento, però, mi è capitato di soffermarmi su un aspetto  particolare di questo periodo che a volte passa nella più semplice quotidianità, come se fossero giorni uguali a tutti gli altri.

Consideravo come l’Avvento sia il tempo della “purificazione della memoria”.

Spesso nella nostra vita ci troviamo schiavi di situazioni poco felici vissute nel passato, a cui diamo troppa importanza, a cui diamo un peso che ci schiaccia a terra lasciandoci, a volte, senza speranza. È il fare nostro il peccato di Adamo ed Eva, ma anche la loro “cacciata” dall’Eden.

L’Avvento, però, ci ricorda che il passato, in quanto tale non esiste più: possono rimanere le ferite – vero – ma quel momento non c’è più!

In più, il fissare gli occhi su quel Bambino ci ricorda che non possiamo tenere sempre lo sguardo rivolto indietro.

Quel Bambino ci dice:

Non ti preoccupare del passato: le tue ferite le curo io, a spese mie. Tu guarda a me, ora. Guarda questo presente per cercare di costruire insieme a me un futuro felice. Il futuro non esiste ancora, lo devi costruire tu! Ma sono io che, con la mia nascita, ti garantisco la tua felicità qui, ora e per la vita eterna!

Onestamente, mi sono scocciato di guardare Adamo ed Eva.

Preferisco fissare ORA il mio sguardo e il mio cuore su Gesù e Maria e guardare sereno al futuro.

E tu?

avvento


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Perfetto imperfetto

Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.

Mt 5,48

Siamo nel famoso “discorso della montagna” e questo versetto sigilla una serie di detti di Gesù sull’amore, in maniera particolare e forte sull’amore ai nemici.

È questa la novità sconvolgente del suo insegnamento: non solo ci chiede di perdonare, ma specialmente di amare i nemici. Dall’amore verso di loro, dall’amore autentico che ama e basta, scaturisce il perdono del cuore, oltre quello della “testa”.

E per farci capire che non sta raccontando favole, che non sta facendo una semplice esortazione moralistica, Gesù stesso vive quello che dice sulla Croce, luogo di amore incondizionato di Dio per l’uomo.

Ma c’è una parola nel v. 48 che mi lascia spiazzato, che “grida” in maniera particolare al mio cuore:

perfetti.

Perfetti come il Padre.

La parola greca (tèleioi = perfetti) traduce una parola ebraica (tamim) che ha un significato profondamente bello: intero, completo, finito…

Gesù non parla mai di “perfezione” come di impeccabilità, di non peccabilità, perché ci direbbe una grande menzogna. L’uomo è peccatore e rimane tale e Gesù lo sa benissimo: pensare il contrario è solo superbia spirituale.

Gesù mi sta dicendo, anzi, mi sta chiedendo di essere come suo Padre, che ama tutti in maniera incondizionata, in modo “inutile”. Se voglio essere tamim, completo – mi ricorda Gesù –devo imparare ad amare tutti, anche chi mi fa del male.

O, in altre parole, quando mi ritrovo a non saper amare chi mi fa del male, quando covo nel mio cuore sentimenti di superiorità (“io sono giusto”, “io so qual è la vera giustizia”…) di rancore (“mi sento tradito”, “ora gli rinfaccio tutto quello che penso di lui, tutti i suoi errori”…), ebbene è proprio lì che sono incompleto, che sono non-completo, che sono all’opposto di Papà, e quindi un figlio “degenere”. 

Certo, ad amare s’impara, e le cadute sono da mettere realisticamente in conto.

Ma lo sguardo cerco di tenerlo fisso là “dove è il mio tesoro” (Mt 6,21).

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Piccola stella senza cielo

Lo sguardo verso l’alto ha generato in basso la poesia e l’astronomia, la misura del tempo e dello spazio, la danza e la musica, la liturgia e la matematica. Le cose belle e buone, per i mortali, sono figlie del cielo, stelle fiorite sulla terra. Scienza e arte, filosofia e religione, tutta la cultura viene dalla contemplazione del cielo, suo riflesso sulla terra.

“Con-siderare”, stare-con-le-stelle, in cerca della propria, è l’origine del pensare e dell’agire umano. Solo quando uno ha trovato la propria stella, “de-sidera”, smette-di-considerare, perché sa la direzione verso cui muoversi.

L’uomo è un animale “eccentrico”: ha il suo centro fuori di sé, che lo sbilancia verso l’oggetto del suo desiderio. Solo lì vive, perché lì sta di casa. Uno abita dove ama, più che  dove sta. Per questo continuamente si muove, per giungere là dove il suo cuore già dimora.

[…] Dove andare?

[…] L’interrogativo non ha risposta, se non la stessa domanda che sempre interroga: dove andare? Ciò che invano cerchi fissando le profondità del cielo o vagando sulla superficie del globo, lo puoi trovare solo nel tuo cuore.

Entrare nel cuore è l’unica via del ritorno, anche se piena di ambiguità, più della Via Lattea.

(Silvano Fausti)

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