Ludwig

Heart speaks to heart


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Perché mi vuoi così bene?

C’è un filo rosso nella mia vita che ogni tanto riemerge e che si concretizza in questa domanda che mi viene posta:

Perché mi vuoi così bene?

Parecchie persone rimangono spiazzate da questo sentirsi amate, percependolo come un amore di predilezione difficilmente vissuto in altre relazioni. Dalla mia parte, oltre alla assoluta gratuità di questa esperienza (che a volte faccio pure io fatica a comprendere da un punto di vista umano), constato come questo amare diventa terreno fertile in cui la persona si apre per quello che di buono è. È un toccare ed un far toccare quel nucleo fondamentale della persona che è costituito dall’amore di Dio per ciascuno di noi. Il

Perché mi vuoi così bene?

alla fine è la stessa domanda che io potrei rivolgere al Signore, non trovando mai una risposta umanamente compiuta e soddisfacente, semplicemente perché non c’è mai un rapporto di merito.

Quello che non capisco del tutto è che le persone si sentono amate così da me difficilmente riescono a fare il salto, a risalire la sorgente, al motivo primo per cui mi relaziono così: per me queste relazioni hanno un che di divino che mi hanno aiutato, lungo questi anni, a crescere umanamente e spiritualmente, con tutte le difficoltà e le incomprensioni annesse, insegnandomi in maniera costante che ad amare si impara, sempre più, senza mai trovare un punto di arrivo, ma sempre un nuovo punto di partenza.

È pure strano, ripensandoci, che i miei “maestri” di questa scuola infinita non sono stati i miei confratelli, ma le persone statisticamente più improbabili, a volte davvero ultime arrivate in senso cronologico o logico: prima della comunità la vera palestra dell’amore sono state – e continuano ad essere – proprio queste persone così umanamente improbabili.

Le definirei amicizie nel senso più vero ed autentico del termine, perché porto sicuro, casa, vera famiglia, parte della mia stessa anima ed ossigeno per i miei polmoni spirituali: sono loro che mi aiutano a mantenermi in equilibrio, a restituirmi a me stesso quando vivo momenti di tensione umana quotidiana (come in questi ultimi anni), non perché mi possano dire qualcosa, ma semplicemente con la loro presenza e con il loro prendersi cura di me in maniera semplice ed essenziale con il loro affetto.

Eppure sono le persone che fisicamente sono più distanti da me, ma indubbiamente le più vicine. Quando mi capita di fermarmi un momento e di pensare a loro, me le ritrovo spiritualmente presenti, sento, cioè, in maniera chiara e distinta che esiste un legame così forte che oltrepassa tempo e spazio: è come se fossimo legati da un cordone ombelicale invisibile.

Parlare con loro è veramente un parlare cuore a cuore, un sentire una casa dove si possono dismettere i panni legati a ruoli, situazioni, eventi: è un ritrovarmi per quello che sono al di là di tutto e tutti. È un incontro nello Spirito, che è amore, che ha la forza di rigenerare, di sanare, di guarire, di alleviare, di fortificare. Sono loro che mi hanno aiutato a comprendere che l’amore non trova mai, umanamente, una risposta al

Perché mi vuoi così bene?

semplicemente perché l’amore si nutre di se stesso e non di motivazioni particolari: è un cercare la persona per quello che è e non per quello che fa o che è stata.

Così come Dio si comporta con me: mi cerca per quello che sono, cioè suo figlio e da qui nascono i miei legami di fratello o sorella, in piena sintonia con quanto dice Gesù riguardo il lasciare tutto per seguirlo

È in Dio e nella sua/mia chiamata che ricomprendo la mia vita ed i miei legami, parola quanto mai adatta per indicare questo genere di relazioni che legando aprono il cuore alla libertà dell’amore.

Libertà

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La spiritualità del bruco

«Superando anzi le nostre stesse speranze, si sono offerti prima di tutto al Signore e poi a noi, secondo la volontà di Dio».

(2Cor 8,5)

 

La dinamica della sequela nel Regno è sempre la stessa: lasciare tutto per Dio e in Lui ritrovare molto di più di quello che si è lasciato.

Ma se questa dinamica rimane sempre la stessa, è pur vero che gli fa ottima compagnia la medesima tentazione: una volta deciso di seguire il Signore, attacco il cuore al di più che il Signore mi dona.

Per questo la mia sequela è una continua catarsi, un continuo aderire per poi staccarsi e, anche se fa umanamente male, è l’unica strada per orientare il cuore verso il Signore. Ed ogni volta è sempre un di più colmo di pace, gioia e serenità.

 

Il punto nodale di tutto questo si pone nella volontà salvifica del Padre: siccome lui vuole salvi i suoi figli, ogni volta che dico di sì alle sue proposte (per quanto oscure ed incomprensibili possano essere all’inizio) permettono il compiersi di un altro segmento della Storia della Salvezza. È per questo che le mie risposte di adesione al Signore, anche quando sono umanamente incomprensibili e dolorose, non sono indifferenti al resto dell’umanità presente e futura: la redenzione della storia e la felicità di tutti gli uomini passano anche attraverso i miei “sì” detti per amore all’unica Persona che ci vuole realmente felici.

 

Qui.

 

Ora.

 

E per l’eternità.


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Il motivo per cui ti amo

Ti amo perché…

 

Istruzioni per l’uso.

 

Prima di continuare a leggere, prova a fare questo piccolo gioco: chiudi gli occhi, pensa a qualcuno che ami e prova a completare la frase precedente.

 

Fatto?

 

A volte è facile trovare il motivo per cui si ama una persona: le caratteristiche fisiche o morali (psicologiche, culturali…) sono abbastanza facili da individuare e saltano subito agli occhi. E ci innamoriamo perdutamente.

È per questo motivo che tra innamorati scattano gli scambi di motivazioni che sottostanno al loro rapporto fiabesco, quasi incantato.

 

Il problema è quando la fiaba finisce e tutte le promesse di amore eterno sembrano essersi perse nel passato di capitoli precedenti ormai conclusi.

Altro che “lieto fine”.

 

È più interessante quando la frase iniziale presenta uno spostamento delle parole, ragion per cui mi chiedo: «Perché ti amo?» e non riesco a trovare la risposta, una motivazione che sia plausibile e sostenga tutto quello che vivo dentro, che è molto più grande e totalizzante di qualsiasi motivazione.

Questo mi ha portato a riflettere su cosa abbia capito in questi anni in cui sto cercando di imparare ad amare. Ed ho provato a darmi alcune risposte.

In maniera disordinata:

·       Quando amo per un motivo, ho capito che amo il motivo e non la persona che ho davanti o, in altre parole, la mia scelta di amare è subordinata ad un guadagno che ne posso ricevere. Un guadagno che, nella pratica, si rivela essere superiore all’amore…

·       La conseguenza è che, se amo per qualche motivo particolare, mi sto aspettando in qualche modo (conscio o meno) una retribuzione, cioè confondo di fatto l’amare con l’essere amato. Quindi pretendo di essere amato e se questo non succede mi deprimo.

 

Il tempo e la voglia di amare mi stanno facendo capire che invece la maturità affettiva non cerca guadagni né retribuzioni, e le relazioni che si basano su questa esperienza sono le più forti, le più sincere e le migliori da un punto di vista “qualitativo”.

 

L’amore non ha un motivo per cui amare e, se mai ce ne fosse qualcuno, si trova all’interno dell’amore stesso e mai al di fuori di esso.

 

Per farla breve, preferisco rimanere con l’interrogativo: «Perché ti amo?».

ti-amo