Ludwig

Heart speaks to heart


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“Io son di tutti voi signora e padrona”

«Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».

(Mt 10,8)

Penso che la cosa più gratuita che in vita possiamo ricevere, dopo l’infinito amore di Dio, sia la morte, che spesso bussa quando meno la si aspetta.

In virtù di questa sua gratuità ed imprevedibilità, risulta un dono difficile da accogliere perché ancor più difficile da capire: se è vero che spesso ci rifiutiamo di essere amati dagli altri fino in fondo così come siamo, e non per quello che facciamo – e quindi a maggior ragione da Dio – perché non ci riteniamo degni d’amore, quanto più lontano può essere fare entrare la morte in casa propria in quanto dono.

Forse è difficile capire il perché certe persone ci lascino così, all’improvviso e senza alcun preavviso, ma alla fine questo è il dono e bisogna pur fare una scelta a riguardo. Non subito, non repentinamente, ma con il passare del tempo accompagnati non tanto dal voler capire quanto dal volersi fidare.

Non è una semplice scelta, ma una scelta coraggiosa.

Quello che ho vissuto più di sedici anni fa, il dono che ho ricevuto allora, è diventato pian piano un motivo di condivisione nel dolore, di “simpatia” nel senso etimologico del termine. Questo non mi risparmia dalla sofferenza altrui, ma, al contrario, la amplifica anche in virtù di un altro dono: il sacerdozio.

Alla fin fine si tratta di camminare uno accanto all’altro in quella valle oscura di cui parla il salmo 23, sapendo di non temere alcun male perché Tu, o Signore, sei con me.

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I saldi di Dio

Questi dodici Gesù li inviò dopo averli così istruiti: “Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. E strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”.

(Mt 10,5-8)

 

La frase è incastonata come una gemma preziosa all’interno del discorso missionario e sottolinea, a prima vista, la gratuità del dare.

Ed è vero.

Rimane da capire cosa dare in maniera così totale.

 Ad una prima lettura si potrebbe pensare che quello che dovrebbe essere impiegato sia il proprio tempo, le proprie doti e capacità: pure questo è vero.

Ad un secondo livello, un po’ più profondo, si può leggere uno spendersi totalmente, un dare la vita per gli altri, specialmente per chi vive (apparentemente) in “pochezza” di vita: è come se si trattasse di una giusta ridistribuzione tra chi ha avuto tanto e chi ha avuto poco o niente dalla vita.

Pure questo è evangelicamente coerente e vero.

Ma a mio avviso c’è un di più a cui non avevo fatto caso o a cui non ero arrivato.

I primi due livelli di lettura hanno un senso, almeno per me, ad una condizione: il rapporto tra ricevere e dare non si pone tanto su un piano di cose da fare, ma nella dimensione della più assoluta gratuità dell’Amore.

Il Signore non mi chiede tanto di dare la mia vita per gli altri, quanto di amare gli altri come Lui mi ama: la mia vita è una conseguenza di essere amato da sempre, ragion per cui non è primariamente che sono chiamato a dare la vita per gli altri. Sono innanzitutto chiamato a dare/amare gratuitamente, a rendere presente questo amore a perdere e senza ritorno: il dare la vita per gli altri, così come ha fatto Gesù per me, è solo una conseguenza, una testimonianza forte oltre ogni dire ed immaginazione.

 Da qui deriva un’altra conseguenza molto pregnante: se non ho la consapevolezza di essere non solo amato, ma semplicemente L’AMATO, cosa posso dare gratuitamente? 

Il sentirsi amato rimane l’unico luogo, l’ultimo spazio in cui sperimentare e vivere un’assoluta gratuità di vita.

Tutto il resto è un di più.

Gratuito.




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Il motivo per cui ti amo

Ti amo perché…

 

Istruzioni per l’uso.

 

Prima di continuare a leggere, prova a fare questo piccolo gioco: chiudi gli occhi, pensa a qualcuno che ami e prova a completare la frase precedente.

 

Fatto?

 

A volte è facile trovare il motivo per cui si ama una persona: le caratteristiche fisiche o morali (psicologiche, culturali…) sono abbastanza facili da individuare e saltano subito agli occhi. E ci innamoriamo perdutamente.

È per questo motivo che tra innamorati scattano gli scambi di motivazioni che sottostanno al loro rapporto fiabesco, quasi incantato.

 

Il problema è quando la fiaba finisce e tutte le promesse di amore eterno sembrano essersi perse nel passato di capitoli precedenti ormai conclusi.

Altro che “lieto fine”.

 

È più interessante quando la frase iniziale presenta uno spostamento delle parole, ragion per cui mi chiedo: «Perché ti amo?» e non riesco a trovare la risposta, una motivazione che sia plausibile e sostenga tutto quello che vivo dentro, che è molto più grande e totalizzante di qualsiasi motivazione.

Questo mi ha portato a riflettere su cosa abbia capito in questi anni in cui sto cercando di imparare ad amare. Ed ho provato a darmi alcune risposte.

In maniera disordinata:

·       Quando amo per un motivo, ho capito che amo il motivo e non la persona che ho davanti o, in altre parole, la mia scelta di amare è subordinata ad un guadagno che ne posso ricevere. Un guadagno che, nella pratica, si rivela essere superiore all’amore…

·       La conseguenza è che, se amo per qualche motivo particolare, mi sto aspettando in qualche modo (conscio o meno) una retribuzione, cioè confondo di fatto l’amare con l’essere amato. Quindi pretendo di essere amato e se questo non succede mi deprimo.

 

Il tempo e la voglia di amare mi stanno facendo capire che invece la maturità affettiva non cerca guadagni né retribuzioni, e le relazioni che si basano su questa esperienza sono le più forti, le più sincere e le migliori da un punto di vista “qualitativo”.

 

L’amore non ha un motivo per cui amare e, se mai ce ne fosse qualcuno, si trova all’interno dell’amore stesso e mai al di fuori di esso.

 

Per farla breve, preferisco rimanere con l’interrogativo: «Perché ti amo?».

ti-amo


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Un po’ di grammatica

 «Il Padre infatti ama il Figlio, gli manifesta tutto quello che fa e gli manifesterà opere ancora più grandi di queste, e voi ne resterete meravigliati». (Gv 5, 20)

 

Entrare nella logica di Dio è un po’ difficile, lo ammetto e, più che altro, lo sperimento quotidianamente.

La questione diventa ancora più difficile da comprendere quando non riusciamo a decifrare quel “progetto che ci sovrasta”: ci sfuggono a volte le chiavi di lettura di certe realtà o perché non le frequentiamo o perché non riusciamo a metterci nei panni di chi ci sta davanti.

Ascoltare realmente in profondità qualcuno significa mettere da parte i propri schemi mentali in cui confidiamo (e frutto delle esperienze faticosamente vissute) per cercare di entrare in quelli di chi ci sta davanti: questo significa spogliarsi delle proprie certezze per farsi toccare nel profondo dell’anima.

 

Nel rapporto con Dio si tratta di fare un salto molto particolare, perché non si tratta più di un rapporto alla pari (uomo-uomo), ma di un rapporto decisamente asimmetrico, con tutto quello che ne consegue.

Anche la “grammatica” e la “sintassi” espressiva cambiano.

Cambia il linguaggio con il suo contenuto.

Un esempio è dato dall’uso di due verbi fondamentali nella grammatica relazionale Dio-uomo:

1.Dio utilizza un unico verbo: DARE.

2.L’uomo utilizza (ne sia cosciente o meno) solo il verbo RICEVERE.

 

Nel contesto umano i verbi vanno naturalmente insieme e nelle due direzioni del dare-ricevere: questo crea qualche difficoltà specialmente nel capire se quello che proviamo per qualcuno (o che riceviamo da qualcuno) sia vero amore.

Ma il fatto che nel rapporto con Dio esiste solo una direzione (il DARE di Dio verso l’uomo) e l’uomo si ritrovi solo a ricevere, crea una situazione in cui il ritmo  di Dio esula completamente dai nostri schemi: da qui nascono le grandi domande fatte a Lui per qualsiasi ingiustizia, situazione vissuta male, recriminazioni varie…

Lo stesso accade quando noi pretendiamo di dire o dare qualcosa a Lui con il desiderio più o meno inconscio di mostrarci giusti: come il bambino che regala una cravatta al proprio genitore per la festa del papà con i soldi dello stesso genitore…

 

Non abbiamo niente che non ci sia stato dato prima da Dio.

 

E quanto più questo vale per la vita di preghiera: «solo Diòs basta» diceva santa Teresa d’Avila.

 

Facile, no?