Ludwig

Heart speaks to heart


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Il sacrificio del tempo

Lungo questi ultimi anni ho capito pian piano che ci sono persone che sono diventate essenziali nella mia vita, non nel senso di indispensabili a qualunque costo, ma che senza loro avrei perso una buona parte della mia umanità.

L’essenziale è un’altra cosa o, meglio, un’altra Persona, che però ha messo sulla mia strada (e continua a farlo) dei simili che mi hanno aiutato non solo a crescere come uomo, ma primariamente come uomo di fede ed è per questo che sono divenute per me essenziali.

Qui non sto parlando di amici di cui posso sentire la mancanza o di cui vivo la distanza, ma di relazioni così profonde che toccano il mio spirito nel profondo e che nessun chilometro riesce a separare dalla mia coscienza e dal mio cuore.

L’aspetto su cui mi sono fermato a riflettere in maniera particolare in questo periodo, è il tempo, perché le relazioni, di qualunque genere esse siano, lo richiedono in sé.

Ma c’è un di più con chi è essenziale: è il sacrificio del tempo. È un’esperienza che trovo affascinante oltre ogni dire e che mi coinvolge pienamente, perché il pensare a queste persone, il pregare per loro al ritmo dei battiti del mio cuore, il parlare con loro non è mai tempo perso, ma è un vero e proprio sacri-ficio: è un rendere sacro il tempo condiviso che prende il gusto dell’eterno.

Il condividere, allora, diventa tempo di salvezza e mai un semplice e meccanico incedere di attimi consecutivi: è una ricchezza che travalica ogni aspettativa e che mi aiuta a comprendere quanto effettivamente possiamo essere vicini e simili, nonostante la nostra individualità e singolarità. Quanto, alla fin fine, possiamo tessere frammenti di infinito in questo tempo che è destinato a compiersi.



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L’abbraccio della Croce

Ormai sono più di dieci anni che vivo un’avventura che ha dello straordinario, dei colori così vari e nello stesso tempo forti ed indefiniti che continua ad essere una sorpresa continua, sempre meravigliosa.

Nonostante tutto.

Quello che risulta essere forse più difficile da gestire è l’abbandono, il distacco dalle persone incontrate lungo tutti questi anni, lungo strade inimmaginabili prima. Forse è la cosa che più colpisce chi guarda da fuori il genere di vita che conduco: tanti sacrifici per costruire relazioni, tante amicizie (spesso autentiche) costruite e poi via, si parte di nuovo.

Si ricomincia di nuovo.

Tutto daccapo.

Come questo punto.

Umanamente non è spiegabile, perché si tratterebbero di traumi infilati uno dietro l’altro, di una sofferenza dovuta al distacco moltiplicata per tutte le persone che ho incontrato. Ma alla luce della fede, di fatto, si chiama purificazione.

Il Signore ha scelto di essere inchiodato alla Croce per non poter più chiudere le braccia e trattenere così qualcuno, fosse anche la sua Madre. E’ un abbraccio cosmico, nel senso letterale del termine, che cioè abbraccia tutto l’universo.

E siccome non sono Dio (per fortuna), ogni tanto i MIEI chiodi si allentano e c’è bisogno di qualche martellata che rimetta le cose al giusto posto.

Sotto un certo punto di vista, per me, non è questo il tempo vero degli abbracci: quello deve ancora arrivare e il quando lo sa solo Lui.

E’ allora che mi saranno tolti i chiodi dalle mie mani per poter abbracciare tutti in un abbraccio senza inizio e senza fine.


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Dare la precedenza


«Mia madre e i miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica».

(Lc 8,21)

 

Quella di Gesù è davvero una strana famiglia, perché non tiene conto, primariamente, dei legami di sangue, ma pone le relazioni familiari su un altro piano: i suoi parenti più stretti sono coloro che nella vita sanno dare la precedenza.

Dare la precedenza significa fermarsi allo stop, guardare la situazione e sapersi muovere di conseguenza, altrimenti si rischia di essere causa di qualche incidente.

 

La stessa cosa vale nelle relazioni: è più saggio ascoltare prima di parlare; è più sapiente guardare e capire prima di agire.

 

Questo vale a maggior ragione nella nostra vita di fede e Gesù ce lo ricorda in maniera molto forte, mettendo in discussione i legami familiari: non basta comportarsi bene per far parte della famiglia di Gesù, ma è necessario prima di tutto ascoltare cosa ha da dirci il Padre: «La guerra è finita! Sei salvo!». 

Naturalmente non per merito nostro, ma per un gesto di amore infinito nei nostri confronti.

 

È da questo annuncio, da questa Buona Notizia che la nostra vita si ristruttura di conseguenza: questo è il motivo per cui l’ascolto precede l’azione e l’amore del Padre nei nostri confronti ha sempre e comunque, che ci piaccia o no, la precedenza nella nostra vita.


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Figli o figliastri?

«Invece quello a cui si perdona poco, ama poco».

(Lc 7,47)

 

È vero: dietro il rapporto del perdono c’è una reciprocità d’amore molto profonda.

È un qualcosa di molto diverso il chiedere scusa e lo scusare ed il chiedere perdono e perdonare. Nel primo caso si tratta di un qualcosa che rimane molto superficiale rischiando l’anonimato tra le persone coinvolte e che difficilmente le mette in discussione riconoscendosi tra loro come individui alla pari: l’ambito dello “scusa!” ha sempre un retrogusto di un’asimmetrica superiorità e disuguaglianza.

 

Il perdono, invece, mette in discussione le persone coinvolte.

Chi chiede sinceramente perdono fa una violenza d’amore a chi sta di fronte, perché la costringe, in qualche modo, ad una doppia scelta: o chiudere il proprio cuore in un egoistico dolore dovuto ad un orgoglio ferito, oppure lo apre ad una risposta d’amore che riconosce la dignità dell’altro come pari.

E difficilmente ci reputiamo pari agli altri e, men che mai, inferiori: da qui nasce la nostra incapacità di chiedere perdono e di perdonare in maniera completa e decisa.

 

La responsabilità del perdono è in ordine anche nell’aiutare l’altro a crescere nell’amore: quando riesco a perdonare, nell’altro libero una forte carica di amore e riconoscenza.

 

Il perdono non tocca in maniera esclusiva la parte offesa, ma, prima di tutto, la primaria (e spesso inconscia) esigenza di essere riconosciuti figli di un Padre che ci ha perdonati con il suo sangue prima ancora che glielo chiedessimo.



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Il motivo per cui ti amo

Ti amo perché…

 

Istruzioni per l’uso.

 

Prima di continuare a leggere, prova a fare questo piccolo gioco: chiudi gli occhi, pensa a qualcuno che ami e prova a completare la frase precedente.

 

Fatto?

 

A volte è facile trovare il motivo per cui si ama una persona: le caratteristiche fisiche o morali (psicologiche, culturali…) sono abbastanza facili da individuare e saltano subito agli occhi. E ci innamoriamo perdutamente.

È per questo motivo che tra innamorati scattano gli scambi di motivazioni che sottostanno al loro rapporto fiabesco, quasi incantato.

 

Il problema è quando la fiaba finisce e tutte le promesse di amore eterno sembrano essersi perse nel passato di capitoli precedenti ormai conclusi.

Altro che “lieto fine”.

 

È più interessante quando la frase iniziale presenta uno spostamento delle parole, ragion per cui mi chiedo: «Perché ti amo?» e non riesco a trovare la risposta, una motivazione che sia plausibile e sostenga tutto quello che vivo dentro, che è molto più grande e totalizzante di qualsiasi motivazione.

Questo mi ha portato a riflettere su cosa abbia capito in questi anni in cui sto cercando di imparare ad amare. Ed ho provato a darmi alcune risposte.

In maniera disordinata:

·       Quando amo per un motivo, ho capito che amo il motivo e non la persona che ho davanti o, in altre parole, la mia scelta di amare è subordinata ad un guadagno che ne posso ricevere. Un guadagno che, nella pratica, si rivela essere superiore all’amore…

·       La conseguenza è che, se amo per qualche motivo particolare, mi sto aspettando in qualche modo (conscio o meno) una retribuzione, cioè confondo di fatto l’amare con l’essere amato. Quindi pretendo di essere amato e se questo non succede mi deprimo.

 

Il tempo e la voglia di amare mi stanno facendo capire che invece la maturità affettiva non cerca guadagni né retribuzioni, e le relazioni che si basano su questa esperienza sono le più forti, le più sincere e le migliori da un punto di vista “qualitativo”.

 

L’amore non ha un motivo per cui amare e, se mai ce ne fosse qualcuno, si trova all’interno dell’amore stesso e mai al di fuori di esso.

 

Per farla breve, preferisco rimanere con l’interrogativo: «Perché ti amo?».

ti-amo


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L’albero (26 giugno 2007)

«Dai loro frutti, dunque, li potrete riconoscere»

(Mt 7,20)

 

Frutti buoni.

 

Frutti cattivi.

 

Alberi buoni.

 

Alberi cattivi.

 

La Parola di Dio è tagliente e sembra che Gesù non lasci spazio tra le due alternative: con lui o contro di lui. Dietro a lui «con i passi dell’amore» o dietro me stesso con i passi del mio egoismo…

 

La vita, la mia vita e quelle delle persone che mi stanno intorno è complessa, molto complessa: fino a quando posso dire di conoscere me stesso? Come posso dire di conoscere qualcun altro?

A volte è come entrare in una stanza buia con un fiammifero acceso in mano: per breve tempo vedi ben poco… e il resto rimane nascosto.

 

I frutti… le azioni.

Sembrano facili queste parole: o è bianco o è nero.

Ma nel mio viaggio (da solo o in compagnia) qualche volta si vedono frutti buoni, altre volte frutti cattivi. E allora che pianta è? A quale specie appartiene?

Penso che il segreto stia nella linfa, nel nutrimento che le radici portano all’albero: da qui la diversità dei frutti.

Ogni albero, ogni vita, è modellato sull’Albero della Vita, mentre è la scelta di fondo che fa la differenza: con o contro.

 

Non saranno i miei errori a farmi desistere dalla mia scelta di fondo, perché ci sono tanti frutti buoni.

 

Forse è giunto il momento di tagliare quei rami che non portano buoni frutti, prima che tutto l’albero vada a male.

 

 

Signore, ti prego,

tu che sei la luce delle genti,

illumina il mio cuore

perché possa capire quali rami tagliare,

ed una volta capito

donami la forza di farlo.

L’unica scelta è fidarmi di Te,

anche se non capirò…


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Troppo umano

«Tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini» (Mc 8,23).

 

Il brano di Vangelo che ci propone la liturgia di oggi è molto interessante e, sotto un certo punto di vista, simpatico: è un continuo snodarsi di equivoci di identità riguardo Gesù. Questo per due semplici motivi: il primo è che generalmente cerchiamo di leggere la realtà, gli avvenimenti, le persone… secondo i nostri schemi concettuali (è il Battista, è Elia, è uno dei profeti…); il secondo, strettamente legato al primo, è che Gesù esula talmente dalla nostra esperienza quotidiana e dalle nostre attese che se fa o dice qualcosa di inaspettato, lo richiamiamo da parte e lo rimproveriamo, dicendogli noi cosa fare e cosa dire, come fa il buon Pietro.

 

Il brano di oggi ci aiuta a capire meglio una verità profonda del relazionarsi dell’uomo: l’indisponibilità di chi ci sta di fronte.

 

Molti giudizi nei confronti delle persone con cui viviamo o di cui sentiamo parlare, sono semplicemente riduttivi della persona stessa e nascono perché chi abbiamo davanti non si adegua ai nostri schemi mentali, alle nostre attese, inconsce o meno che siano.

 

Come se tutto girasse intorno a noi.

 

A maggior ragione Gesù: il suo parlare ed il suo agire sono così inconsueti, alternativi, che esulano anche da quella che noi generalmente chiamiamo “giustizia”.

Ci dimentichiamo, quando capita di accostarci a Lui, che è Dio e quindi ragiona da Dio, parla da Dio, opera da Dio, pensa secondo Dio

 

E noi?

Siamo uomini: ragioniamo da uomini, parliamo da uomini, pensiamo in modo umano.

Troppo umano

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