Ludwig

Heart speaks to heart


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A proposito di cuore…

«Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi».

(Col 3,13)

Alla luce di alcuni fatti che hanno segnato la mia vita negli ultimi anni, ho sperimentato sulla mia pelle come il perdono possa essere il regalo più grande che si possa sia fare che ricevere, perché espressione di un amore vero, totale, incondizionato che crea relazioni autentiche il cui vincolo è la carità, cioè un Amore che travalica e supera qualsiasi ragionamento umano.

Perché se è vero che il cuore dell’uomo rimane una trappola insidiosa ed una cattiva bussola nella  vita quotidiana – così come ci ricorda Gesù -, dall’altra è pur vero che un cuore che accetta di amare come Dio ama ed essere da Lui guidato, diventa fonte di guarigione e di purificazione di una memoria ferita da qualunque offesa.

È questo il caso in cui il cuore diventa una bussola autentica della vita, perché si identifica con la parte più profonda e più intima di qualsiasi uomo o donna, capace di ri-orientare la propria vita secondo rotte che non appartengono a logiche umane, ma che trovano nel cuore di Dio l’inizio ed il compimento di una felicità senza fine.


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Figli o figliastri?

«Invece quello a cui si perdona poco, ama poco».

(Lc 7,47)

 

È vero: dietro il rapporto del perdono c’è una reciprocità d’amore molto profonda.

È un qualcosa di molto diverso il chiedere scusa e lo scusare ed il chiedere perdono e perdonare. Nel primo caso si tratta di un qualcosa che rimane molto superficiale rischiando l’anonimato tra le persone coinvolte e che difficilmente le mette in discussione riconoscendosi tra loro come individui alla pari: l’ambito dello “scusa!” ha sempre un retrogusto di un’asimmetrica superiorità e disuguaglianza.

 

Il perdono, invece, mette in discussione le persone coinvolte.

Chi chiede sinceramente perdono fa una violenza d’amore a chi sta di fronte, perché la costringe, in qualche modo, ad una doppia scelta: o chiudere il proprio cuore in un egoistico dolore dovuto ad un orgoglio ferito, oppure lo apre ad una risposta d’amore che riconosce la dignità dell’altro come pari.

E difficilmente ci reputiamo pari agli altri e, men che mai, inferiori: da qui nasce la nostra incapacità di chiedere perdono e di perdonare in maniera completa e decisa.

 

La responsabilità del perdono è in ordine anche nell’aiutare l’altro a crescere nell’amore: quando riesco a perdonare, nell’altro libero una forte carica di amore e riconoscenza.

 

Il perdono non tocca in maniera esclusiva la parte offesa, ma, prima di tutto, la primaria (e spesso inconscia) esigenza di essere riconosciuti figli di un Padre che ci ha perdonati con il suo sangue prima ancora che glielo chiedessimo.



1 Commento

Non ti sopporto più!!!

Il Signore, che guida i nostri cuori nell’amore e nella pazienza di Cristo, sia con tutti voi.

(dalla Liturgia)

Un vecchio detto giapponese dice che la pazienza non consiste nel sopportare cose sopportabili, ma quelle insopportabili.

Penso che da una parte sia vero, ma dall’altra manca di una specificità tutta cristiana.

Portare pazienza in situazioni che non dipendono da noi e che esulano dalle nostre forze, penso sia saggezza e mai rassegnazione.

Portare pazienza con delle persone che in qualche modo “interferiscono” o “disturbano” la nostra vita può essere un buon punto di riflessione ed un’opportunità  di crescita.

È quello che sto vivendo in questi ultimi anni, crescendo (almeno in età): alle persone non va portata semplicemente pazienza, sennò rischio, prima o poi, di scoppiare e mandare in frantumi tutto quello che pensavo di aver costruito.

La pazienza è il termometro dell’amore verso una persona, e di questo ne faccio sempre più consapevolmente esperienza, giorno per giorno.

Se non riesco a “sopportare” qualcuno per breve tempo, vuol dire semplicemente che amo poco. Ed è da qui che nasce l’insegnamento di Gesù sul perdono: quante volte devo perdonare?

Non c’è limite.

Anzi, c’è ed è determinato dalla mia (in)capacità di amare.

Gesù ancora una volta ribalta un modo di pensare comune e mi spinge ad andare nel profondo del mio cuore: il problema in sé non è chi “sbaglia”, ma sono io.

Chi mi fa un torto, chi mi “stressa”, chi, in qualche modo, mi mette alla prova, dovrei ringraziarlo, perché mi sta aiutando a capire quanta strada devo ancora percorrere per imparare ad amare veramente.

A tutti i costi.

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Perfetto imperfetto

Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.

Mt 5,48

Siamo nel famoso “discorso della montagna” e questo versetto sigilla una serie di detti di Gesù sull’amore, in maniera particolare e forte sull’amore ai nemici.

È questa la novità sconvolgente del suo insegnamento: non solo ci chiede di perdonare, ma specialmente di amare i nemici. Dall’amore verso di loro, dall’amore autentico che ama e basta, scaturisce il perdono del cuore, oltre quello della “testa”.

E per farci capire che non sta raccontando favole, che non sta facendo una semplice esortazione moralistica, Gesù stesso vive quello che dice sulla Croce, luogo di amore incondizionato di Dio per l’uomo.

Ma c’è una parola nel v. 48 che mi lascia spiazzato, che “grida” in maniera particolare al mio cuore:

perfetti.

Perfetti come il Padre.

La parola greca (tèleioi = perfetti) traduce una parola ebraica (tamim) che ha un significato profondamente bello: intero, completo, finito…

Gesù non parla mai di “perfezione” come di impeccabilità, di non peccabilità, perché ci direbbe una grande menzogna. L’uomo è peccatore e rimane tale e Gesù lo sa benissimo: pensare il contrario è solo superbia spirituale.

Gesù mi sta dicendo, anzi, mi sta chiedendo di essere come suo Padre, che ama tutti in maniera incondizionata, in modo “inutile”. Se voglio essere tamim, completo – mi ricorda Gesù –devo imparare ad amare tutti, anche chi mi fa del male.

O, in altre parole, quando mi ritrovo a non saper amare chi mi fa del male, quando covo nel mio cuore sentimenti di superiorità (“io sono giusto”, “io so qual è la vera giustizia”…) di rancore (“mi sento tradito”, “ora gli rinfaccio tutto quello che penso di lui, tutti i suoi errori”…), ebbene è proprio lì che sono incompleto, che sono non-completo, che sono all’opposto di Papà, e quindi un figlio “degenere”. 

Certo, ad amare s’impara, e le cadute sono da mettere realisticamente in conto.

Ma lo sguardo cerco di tenerlo fisso là “dove è il mio tesoro” (Mt 6,21).

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