Ludwig

Heart speaks to heart


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Per Michela

“Per diventare virtuosi del violino occorre possedere due qualità: saper ascoltare e saper sentire.

Johannes possedeva entrambe tali qualità. Egli sapeva scoltare il proprio strumento. E sapeva sentirlo vibrare all’interno di sé.

Ogni giorno, dall’alba al calar del sole, egli si consacrava alla propria arte.

Talvolta suonava con una passione tale da fargli passare l’intero giorno con gli occhi chiusi ad ascoltare le proprie emozioni. Sprofondato in sé e nella musica, era tuttavia in grado di vedere il mondo meglio di chiunque altro, poiché laddove i suoi occhi erano chiusi il suo cuore era aperto alla luce”.

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        Maxence Fermine, Il violino nero.
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Una strana equazione

In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo. Se uno mi serve, il Padre lo onorerà.

Gv 12,24-26

 

…se invece muore, produce molto frutto.

Aggrapparsi alla propria vita significa rimanere solo, mentre chi relativizza la propria vita nel seguire Gesù vive e produce molto frutto.

È un passo breve, ma denso e profondo, che allarga gli orizzonti di una vita che vuol vivere seguendo Gesù.

Ho come l’impressione che l’equazione [vivere = morire : morire = vivere] tocchi la profondità del cuore umano in una dimensione camaleontica della vita del cuore: il nostro egoismo.

Se può sembrare evidente che le parole di Gesù tocchino il nostro egoismo in generale, forse lo è di meno se le consideriamo applicate ad un cuore che rimane ferito da qualche delusione che genera poi rabbia, risentimento, divisione, ostilità…

C’è un egoismo subdolo e pericoloso, che è l’egoismo del dolore: molti nostri cammini di guarigione, di perfezione (cioè di imparare a saper amare), sono ostacolati proprio dal dolore ricevuto e quindi dato.

Se, generalmente, non riusciamo a condividere le gioie più profonde o, quanto meno, ci viene difficile, quanto più impegnativo è condividere il proprio dolore con chi ci ha fatto del male, con il fine ultimo di voler ricercare l’unità, di voler ricucire un strappo, di voler sanare una ferita… ma dietro tutto questo c’è il verbo “volere”.

L’egoismo del dolore genera fantasmi e paure che ci fanno dubitare della promessa fatta da Gesù di essere “un sol corpo e un sol spirito”.

L’egoismo del dolore erige una prigione senza mura, nella quale ci auto-imprigioniamo pensando di essere liberi, solo perché non vediamo le mura del nostro carcere.

L’egoismo del dolore ci divide e ci rende ciechi, dimenticandoci quanto ci siamo amati: ci rende dei “giustizieri” dal grilletto facile. Ci rende (falsi) giusti ai nostri occhi.

Ci fa superiore agli altri.

Ci rende dei nani dell’amore completamente ottusi.

Ci rende tenebra nella luce di Dio.

Eppure Lui continua ad amarci, anche se lo insultiamo, anche se lo bastoniamo, anche se gli sputiamo in faccia e poi lo crocifiggiamo.

Ma nonostante questo continua ad amarci e a prendersi cura di noi, quando nemmeno noi sappiamo prenderci cura gli uni degli altri.

Saper condividere il proprio dolore con chi ci ha fatto del male, forse è l’unica strada per una vera guarigione in Cristo.

Lui che è la forza, l’unità, la pace e l’amore a tutti i costi, guidi i nostri cuori e i nostri passi sulla via della pace, che è il suo cuore.

Perché è nel suo cuore che siamo tutti una cosa sola.

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Profeti e Giusti

Ma beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché sentono. In verità vi dico: molti profeti e giusti hanno desiderato vedere ciò che voi vedete, e non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, e non l’udirono!

Mt 13,16-17

 

«Beati i vostri occhi […] e i vostri orecchi». Una beatitudine a prima vista così semplice: Gesù è sempre con noi, giorno per giorno, istante per istante e sempre parla, sempre si mostra, sempre si fa mangiare… Eppure ci sono profeti e giusti che non l’hanno mai conosciuto, pur desiderandolo: questa è una eredità “pesante” che ci viene consegnata, un dono che il Signore ci mette tra le mani e che dobbiamo sapere “investire” per il Regno.

 

Due sono le considerazioni che passano per il cuore: la prima, forse la più evidente, è il non saper gustare fino in fondo l’immensa ricchezza che il Signore ci ha lasciato: la Parola e l’Eucaristia. Anzi, forse per ora li sto bistrattando vivendole un po’ troppo superficialmente.

Eppure ci sono profeti e giusti che hanno desiderato tutto questo ma non hanno potuto.

Ed è qui che si riallaccia la seconda considerazione, forse meno evidente, ma strettamente collegata alla prima: l’immenso dono che il Signore ci fa di sé non è un regalo che, per quanto bello, si mette su uno scaffale o dentro una credenza a proprio uso e consumo, ma è una ricchezza da portare nelle “case” degli altri, di coloro che sono giusti e desiderano, pur non sapendo cosa stiano desiderando veramente.

C’è chi brama conoscere Gesù e c’è chi, come me, lo banalizza o lo sottovaluta, ma è da questo punto che nasce nel mio cuore l’urgenza per la missione: «molti profeti e giusti hanno desiderato vedere e ascoltare».

Ed è me che stanno aspettando.


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Kapùt Mundi?

Ormai sono passati 2 mesi ed un giorno da quando sono arrivato a Genzano nella mia nuova comunità. Devo dire che mi trovo veramente bene e che il tempo sembra correre via molto velocemente.

In questi giorni abbiamo avuto modo di uscire parecchie volte per essere presenti a vari incontri, momenti ecclesiali e di famiglia e siccome le distanze nella capitale sono notevoli, si passa molto tempo sul pulmino o in macchina, spesso a discutere di quello che si vive, a volte in silenzio a pensare alle nostre vite…

Una delle cose che continua a colpirmi di più è la gran quantità di macchine che si muovono lungo le strade, specialmente le grandi arterie.

E dentro le macchine persone.

Sole.

Nei momenti in cui ci fermiamo per via di rallentamenti o semafori, mi ritrovo a guardarle e la sensazione generale che ne ricevo spesso mi mette tristezza.

Guardare i loro occhi e vederli, in genere, spenti, tristi, stanchi (certo! – mi direte voi – dopo una giornata di lavoro stare nel traffico non è certo il massimo…).

Vero.

Ma la sensazione va oltre la stanchezza fisica: ho come l’impressione che manchi qualcosa di profondo a queste persone…

Che sia solo un mia paranoia?

Non so, giudicate voi.

Ma so pure che la gioia e la serenità profonda sono qualcosa da conquistare a tutti costi e da difendere gelosamente, quasi più della propria vita.

A presto, amici miei.