Ludwig

Heart speaks to heart


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Obbedendo

«Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza dalle cose che patì».

(Eb 5,8)

 Nella cultura contemporanea accettare  la sofferenza è un qualche cosa di improponibile, ancor meno riuscire ad intuire che possa essere motivo di crescita.

Eppure la vita di Gesù ci indica una strada alternativa che non è il rinnegare o lo sfuggire al dolore, ma un fidarsi di Qualcuno che non si vede in una situazione in sé disumanizzante.

Perché la sofferenza, qualsiasi essa sia – fisica, psicologica, morale – ha la capacità di ridurre all’impotenza qualsiasi uomo: in questa situazione la fede non diventa una via d’uscita o una chiave ermeneutica della sofferenza, ma un incontrollabile spiraglio di una luce che è speranza. Non tanto una speranza di guarigione, quanto primariamente la certezza di una Presenza che a volte risulta essere scomoda o fuori posto.

 

Perché la sofferenza mi costringe ad ascoltare innanzitutto la mia vita nella sua crudezza e a volte crudeltà e poi…

… se c’è  un poi.

 Del resto la parola “obbedienza” è intimamente ed intrinsecamente legata con l’ascolto, quello di qualcosa o di Qualcuno che è più grande di me e che travalica i miei pensieri e che mi apre a nuovi significati esistenziali.

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I tre verbi della vita spirituale ed un saggio atteggiamento

«E Gesù disse loro: “Riempite d’acqua le giare”; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: “Ora attingete e portatene al maestro di tavola”. Ed essi gliene portarono». (Gv 2,7-8)

 

Riempite, attingete e portate: sono tre verbi che Gesù utilizza all’imperativo. Non usa mezzi toni: chiede solo di fidarsi e basta. I servi (letteralmente: diacònois) fanno tutto senza tergiversare ed ubbidiscono a qualcosa che a loro doveva sembrare alquanto “strano”, fuori luogo, non conveniente: portare dell’acqua a tavola durante un banchetto di nozze…

 

       Credo che la mia vita, arrivata a questo punto, si debba fortemente confrontare con questi tre verbi.

1)  RIEMPITE. In questi anni è quello che ho cercato di fare: riempire la mia vita, quella più profonda, quella più nascosta, di silenzio e preghiera. Di raccoglimento e di dialogo. Di profonda e strabordante gioia e di dolore che paralizza. E a volte, per lungo tempo, nella giara del mio spirito mi è sembrato di versare solo acqua. Semplice acqua che mi pareva inutile, che sembrava solo uno spreco di tempo. Ma così non è stato…

2) ATTINGETE. Quando mi viene chiesto qualche servizio di predicazione, formazione, catechesi, rimango sempre un po’ titubante: sarò mai all’altezza di quello che mi viene richiesto? Cosa mai ho da dare agli altri che già non hanno? Alla fine queste domande sono solo un paravento per mascherare una falsa umiltà e molto amor proprio, perché alla fin fine il Signore non permette che qualcosa di buono vada sprecato…

3) PORTATENE. Questo verbo è strettamente legato al precedente: non si può dare ciò che non si ha. Ma Gesù, che conosce il mio cuore meglio di me, sa che ho qualcosa da portare agli altri ed è per questo che me lo chiede.

 

Questi tre verbi si risolvono e trovano senso pieno nell’atteggiamento dei diacònois: fanno esattamente quello che chiede Gesù senza battere ciglio. È un modello di obbedienza quello che ci propone il Vangelo di Giovanni: è nell’obbedire alle parole di Gesù, al fidarsi ciecamente di Lui che il mondo può assaggiare il vino buono fin dall’inizio, chiedendosi da dove venga, quale sia l’origine di così tanta bontà.

Se il mio vino, la mia vita, non rimanda a Lui, allora sto perdendo tempo…

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