Ludwig

Heart speaks to heart


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Infinitamente improbabile

E’ proprio di ogni nuovo inizio di irrompere nel mondo come “un’infinita improbabilità”.

(Hannah Arendt)

A volte mi fermo a pensare a quanto ho vissuto finora, a cosa, ma specialmente a chi mi ha in qualche modo segnato.

Se passo in rassegna i volti e le storie delle persone che in questi anni mi hanno accompagnato nel mio viaggio chiamato vita, alcuni sono presenti in modo davvero forte, come se fossero scolpiti sulla roccia del tempo.

Quello che mi lascia più sconcertato è che questi incontri, nel loro inizio, sono stati del tutto “casuali“: persone lontane dal mio mondo, anche spazialmente, ma che adesso sono sempre vicine arricchendo la mia vita in modo unico e speciale.

Se si volesse guardare la cosa da un altro punto di vista, potrei dire che questi incontri sono stati dettati dal “destino: era necessario che le cose andassero così.

In tutta onestà non riesco ad immaginarmi questo intessere relazioni così profonde come dovute alla roulette della vita o legate a qualche catena ancestrale. Tra il caso e la necessità si pone ciò che ci fa uomini capaci di costruzioni d’amore mai immaginate prima: la libertà.

E’ nella loro libertà che questa persona o quell’altra hanno deciso di aprire reciprocamente il loro cuore, di condividere la propria vita in un cammino che riserva sorprese altamente ed infinitamente improbabili, come ogni nuovo inizio che trova nella libertà più autentica la sua ragione: quella di amare.

Così come mi ricorda il mistero di questa Santa Natività. Un Dio che si fa uomo? infinitamente improbabile da pensare, ma così concretamente vero da cui lasciarsi amare.

Felice di essere figlio di un Dio infinitamente improbabile con tanti improbabili fratelli e sorelle da amare.

Probabilmente reale

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Il Dio nudo

«Ma Erode diceva: “Giovanni l’ho fatto decapitare io; chi è dunque costui del quale sento dire tali cose?. E cercava di vederlo».

(Lc 9,9)

Le folle di tifosi davanti agli stadi o di fan sotto l’albergo dove si trova di passaggio il proprio idolo, sono un ottimo commento a questo passo di Vangelo: la cosa essenziale è innanzitutto vedere quello che si aspetta con tanta ansia e quindi sperare che succeda qualcosa di particolare (un autografo, una stretta di mano, una fotografia…) da raccontare a chi non c’era in quel momento.

Con tutto quello che ne consegue: orgoglio e fierezza per chi c’era, invidia e rassegnazione per chi era assente.

In fin dei conti si cerca sempre di portare a casa  una reliquia da venerare.

Lo stesso capita con Gesù: spesso andiamo in cerca della sua persona non tanto per avere l’opportunità di farci una bella chiacchierata, quanto per averne una stupida reliquia che può prendere vari nomi: pace interiore, benessere, orgoglio spirituale, grazia da ottenere, cieco e fanatico devozionismo o sordo sentimentalismo.

È come se fossimo in grado di ridurre Dio ad un maggiordomo che soddisfa le nostre necessità e richieste: così, mentre pensiamo di averlo raggiunto, Lui si trova lontanissimo da noi.

O meglio: noi da Lui.

La nostra voglia di vedere Gesù ha senso solo quando veniamo mossi da una domanda: «Maestro, dove abiti?» (Gv 1,38), che ha una sola risposta: «Venite e vedrete» (Gv 1,39).

Di Gesù non possiamo portare via niente, ma solo scegliere di incontrarlo così com’è, perché il nostro è un Dio nudo.