Ludwig

Heart speaks to heart


1 Commento

Vivere & Morire

Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore.

(Rm 14,8)

 

C’è una totalità molto forte in questo passaggio della Scrittura, che ha come centro tutta l’esistenza, il fatto che apparteniamo a Dio non solo per creazione, ma in maniera ancora più forte per via della redenzione, dell’essere stati riscattati dal sangue prezioso di Cristo.

Un’appartenenza acquistata a caro prezzo davvero.

Ecco perché, sembrerebbe dire la Scrittura, vita o morte sono uguali ai suoi occhi: in virtù del suo sangue la morte non ha una parola conclusiva sulla creazione, perché l’amore di Dio mi precede e mi accompagna in un eterno presente che è proprio della natura stessa dell’amore, che non rimanda al dopo, ma al subito, al qui ed ora.

Ecco perché il mio vivere ha una tonalità di immortalità, in cui la morte è solo l’accordo di passaggio verso una conclusione che non avrà mai fine: vivere e morire è una strada unica senza discontinuità che ha come sbocco un amore che non conosce confini né di spazio, né di tempo, né tantomeno di merito, perché non possa accampare nessun diritto sulla gratuità di Dio.

A volte mi convinco che il frutto dell’albero genesiaco sia proprio questo amore gratuito di Dio, verso il quale non posso tendere le mani per evitare di cosificarlo, di piegarlo alla mia volontà di dominio e di possesso: la mia vita non può essere uno stendere le mani verso Lui per afferrare, ma un aprire le mani per accogliere quanto il Signore, nella sua totale gratuità, mi vuole donare.

Quindi ciascuno di noi renderà conto di se stesso a Dio.

(Rm 14,12)

Vivere


Lascia un commento

Intorno al Sabato Santo

Il Sabato Santo non è il giorno della morte di Dio, ma della sua assenza.

E proprio in questo giorno celebreremo i funerali di Bianca, quattordici anni, stroncati da un infarto. Un’esperienza che brutalmente ben si accorda con questo giorno di silenzio e di sgomento, perché la tragedia della morte di una persona cara trova la sua drammaticità nella sua assenza: finiti i funerali rimane l’assenza della persona amata che non è più con noi.

Per questo mi ritrovo a masticare il pane duro dell’esperienza anche per cercare di capire dove vivo.

Bianca, oggi, mi ricorda che in questo millennio più che la morte di Dio viviamo la sua assenza dagli orizzonti  della nostra vita e mentre i mezzi di comunicazione sociale spiattellano senza rispetto e pudore la morte di persone a tutte le ore da ogni parte del mondo, dall’altra la società tende a nascondere nella sua realtà l’esperienza fondamentale e unica della morte, che rimane sempre e comunque un mistero.

La fede nel Risorto non porta mai alla soluzione di questo enigma così doloroso, né tantomeno lo anestetizza, così come potrebbe pensare qualcuno, perché la Risurrezione getta la sua luce a partire al di là della morte e non prima. Vederne i riverberi al di là della notte è solo dono Suo.

In questo Sabato Santo non mi resta che mettermi in ascolto  di questa assenza, nel nudo fidarsi di una fede che può e deve aiutarmi a preparare una nuova Domenica di Risurrezione, evitando anacronistici sguardi di nostalgia verso una realtà che, misteriosamente, si rinnova al di là di ogni disperazione o di qualsiasi più feconda previsione.


1 Commento

Curriculum mortis

“La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé:

Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse -: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!“.

Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?.

(Lc 12,16-20)

Questo è un periodo in cui mi ritrovo a fare tanti curriculum vitae per varie persone che conosco e che mi chiedono una mano nel compilarli: sono più o meno farciti di attività, di esperienze fatte a vario titolo e spesso noto la differenza tra chi ha vissuto più a lungo e chi no. Questi ultimi risultano essere ancora acerbi e, naturalmente, poveri di esperienza.

Proprio questo mi ha portato a riflettere sul senso di quello che facevo, in modo particolare riguardando il mio di curriculum che proprio in questi due anni ha avuto un notevole incremento. L’elencare il bagaglio di cose fatte e di competenze acquisite dentro di me strideva (e continua a farlo) giusto un po’, per il semplice motivo che mi chiedo che senso abbia tutto questo.

Il curriculum diventa un qualcosa che può testimoniare contro di me, piuttosto che a mio favore, specialmente se lo guardo dalla prospettiva dell’eternità: non saranno questi fogli di carta che il Signore mi richiederà nel tempo opportuno, ma proprio quello che non è scritto e che invece sarà svelato una volta per sempre.

Per questo motivo chiedo al Signore che sia Lui a dare una mano a me nel preparare un curriculum vitae che non sia un curriculum mortis, ed un curriculum mortis che sappia di vita eterna.


Lascia un commento

Attese e desideri

Ma Erode diceva: “Giovanni l’ho fatto decapitare io; chi è dunque costui, del quale sento dire tali cose?”. E cercava di vederlo.

(Lc 8,17)

Erode incontrerà Gesù nella cornice della Passione, ma sarà un incontro vuoto e sterile: Erode dovrà aspettare la morte per incontrare davvero Gesù.

È qui che si pone l’atteggiamento discriminante della mia vita spirituale: cosa viene prima delle mie attese e dei miei desideri? Detto in altro modo è difficile riuscire a vedere Gesù quando il centro della mia attenzione è rivolto a me stesso e alle mie sole ed esclusive difficoltà. È per questo che nei momenti di crisi tutto risulta più difficile e complicato, perché il mio sguardo non riesce ad andare al di là della mia sofferenza, che si traduce anche in un cattivo modo di relazionarmi.

Quando per un motivo o per un altro smetto di decentrarmi, facendo sparire Gesù dal centro della mia vita e trasformandolo al massimo in un curioso accessorio della mia esistenza, tutto diventa un po’ più complicato e pesante.

Forse è proprio in questo momento che ricomprendo il ruolo e l’importanza dell’ascesi, della lotta prima di tutto con me stesso con l’aiuto del Signore.

FELICE


2 commenti

Tempo opportuno

«Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre».

(Lc 7,15)

 

Quello che mi colpisce in questo passo non è tanto il richiamare alla vita un ragazzo morto, quanto il restituire il redivivo alla madre.

In effetti non penso che abbia molto senso che qualcuno possa vivere indipendentemente dagli altri: la vita che mi viene donata non è solo per me, ma è un dono per gli altri, dono che viene direttamente dalle mani di Dio.

Il passaggio dal peccato alla Grazia è sempre una restituzione ai fratelli, a chi, per primo, ci ama in maniera più autentica e profonda.

In questi giorni di campo tanti si sono seduti a parlare e molti sono stati restituiti alle proprie famiglie con un pizzico di vita autentica in più.

Ritornato nella mia casa, anche io vengo restituito al mio ambiente con un briciolo di consapevolezza in più sulla mia vita interiore, tra ragnatele, polvere e spiragli di luce. Certo, a volte rimangono incomprensibili determinati avvenimenti, ma il tempo e la pazienza appartengono a Dio soltanto, mentre a me tocca vivere la pazienza in attesa del tempo opportuno.