Ludwig

Heart speaks to heart


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A casa!

Ascoltare significa accettare di fare spazio in se stessi fino ad essere dimora dell’altro.

Onestamente non mi ricordo chi abbia scritto questa frase, ma è molto veritiera perché tocca il cuore di una parola a volte svuotata del suo significato: amicizia.

Col passare del tempo mi sono reso conto che le amicizie, quelle vere, che hanno resistito agli anni e alle intemperie, hanno un comune denominatore: l’ascolto autentico. E’ un donarsi ed un accettarsi reciprocamente così per come si è, con le proprie vittorie e le proprie sconfitte, senza paure di giudizi, ma solo con la voglia ed il desiderio di poter essere in una comunione profonda.

Al di là, spesso, dei chilometri che ci separano e dei silenzi dettati da varie circostanze.

L’esperienza più bella che vivo è quella dell’essere a casa mia, in uno spazio mio dove so di potermi rifugiare nei momenti  di difficoltà o a volte di solitudine, non tanto per fuggire a determinate situazioni, ma più che altro per poter ritrovare me stesso. Perché è nell’amore incondizionato nei miei confronti che recupero i frammenti della mia identità, del senso della mia esistenza, del filo rosso che collega gli avvenimenti della mia vita.

E per quel poco che sono e che posso, provo a fare altrettanto con chi mi circonda.

 Da questo punto di vista riesco ad intuire un po’ di più il senso di questo Avvento e di come Maria sia stata in grado di essere, fuor di metafora, dimora dell’Altro.

Un grazie sconfinato a Lalli per la foto!

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La purificazione della memoria

[…] Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. […] Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto.

(Lc 1,30.38)

 

L’Avvento è il tempo che prepara al Natale, che ci aiuta a fissare lo sguardo su un bambino che nasce, un bambino che è Dio.

E questo può sembrare scontato, banale, normale, come ogni Natale.

In questi giorni di Avvento, però, mi è capitato di soffermarmi su un aspetto  particolare di questo periodo che a volte passa nella più semplice quotidianità, come se fossero giorni uguali a tutti gli altri.

Consideravo come l’Avvento sia il tempo della “purificazione della memoria”.

Spesso nella nostra vita ci troviamo schiavi di situazioni poco felici vissute nel passato, a cui diamo troppa importanza, a cui diamo un peso che ci schiaccia a terra lasciandoci, a volte, senza speranza. È il fare nostro il peccato di Adamo ed Eva, ma anche la loro “cacciata” dall’Eden.

L’Avvento, però, ci ricorda che il passato, in quanto tale non esiste più: possono rimanere le ferite – vero – ma quel momento non c’è più!

In più, il fissare gli occhi su quel Bambino ci ricorda che non possiamo tenere sempre lo sguardo rivolto indietro.

Quel Bambino ci dice:

Non ti preoccupare del passato: le tue ferite le curo io, a spese mie. Tu guarda a me, ora. Guarda questo presente per cercare di costruire insieme a me un futuro felice. Il futuro non esiste ancora, lo devi costruire tu! Ma sono io che, con la mia nascita, ti garantisco la tua felicità qui, ora e per la vita eterna!

Onestamente, mi sono scocciato di guardare Adamo ed Eva.

Preferisco fissare ORA il mio sguardo e il mio cuore su Gesù e Maria e guardare sereno al futuro.

E tu?

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I tre verbi della vita spirituale ed un saggio atteggiamento

«E Gesù disse loro: “Riempite d’acqua le giare”; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: “Ora attingete e portatene al maestro di tavola”. Ed essi gliene portarono». (Gv 2,7-8)

 

Riempite, attingete e portate: sono tre verbi che Gesù utilizza all’imperativo. Non usa mezzi toni: chiede solo di fidarsi e basta. I servi (letteralmente: diacònois) fanno tutto senza tergiversare ed ubbidiscono a qualcosa che a loro doveva sembrare alquanto “strano”, fuori luogo, non conveniente: portare dell’acqua a tavola durante un banchetto di nozze…

 

       Credo che la mia vita, arrivata a questo punto, si debba fortemente confrontare con questi tre verbi.

1)  RIEMPITE. In questi anni è quello che ho cercato di fare: riempire la mia vita, quella più profonda, quella più nascosta, di silenzio e preghiera. Di raccoglimento e di dialogo. Di profonda e strabordante gioia e di dolore che paralizza. E a volte, per lungo tempo, nella giara del mio spirito mi è sembrato di versare solo acqua. Semplice acqua che mi pareva inutile, che sembrava solo uno spreco di tempo. Ma così non è stato…

2) ATTINGETE. Quando mi viene chiesto qualche servizio di predicazione, formazione, catechesi, rimango sempre un po’ titubante: sarò mai all’altezza di quello che mi viene richiesto? Cosa mai ho da dare agli altri che già non hanno? Alla fine queste domande sono solo un paravento per mascherare una falsa umiltà e molto amor proprio, perché alla fin fine il Signore non permette che qualcosa di buono vada sprecato…

3) PORTATENE. Questo verbo è strettamente legato al precedente: non si può dare ciò che non si ha. Ma Gesù, che conosce il mio cuore meglio di me, sa che ho qualcosa da portare agli altri ed è per questo che me lo chiede.

 

Questi tre verbi si risolvono e trovano senso pieno nell’atteggiamento dei diacònois: fanno esattamente quello che chiede Gesù senza battere ciglio. È un modello di obbedienza quello che ci propone il Vangelo di Giovanni: è nell’obbedire alle parole di Gesù, al fidarsi ciecamente di Lui che il mondo può assaggiare il vino buono fin dall’inizio, chiedendosi da dove venga, quale sia l’origine di così tanta bontà.

Se il mio vino, la mia vita, non rimanda a Lui, allora sto perdendo tempo…

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