Ludwig

Heart speaks to heart


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Vivere & Morire

Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore.

(Rm 14,8)

 

C’è una totalità molto forte in questo passaggio della Scrittura, che ha come centro tutta l’esistenza, il fatto che apparteniamo a Dio non solo per creazione, ma in maniera ancora più forte per via della redenzione, dell’essere stati riscattati dal sangue prezioso di Cristo.

Un’appartenenza acquistata a caro prezzo davvero.

Ecco perché, sembrerebbe dire la Scrittura, vita o morte sono uguali ai suoi occhi: in virtù del suo sangue la morte non ha una parola conclusiva sulla creazione, perché l’amore di Dio mi precede e mi accompagna in un eterno presente che è proprio della natura stessa dell’amore, che non rimanda al dopo, ma al subito, al qui ed ora.

Ecco perché il mio vivere ha una tonalità di immortalità, in cui la morte è solo l’accordo di passaggio verso una conclusione che non avrà mai fine: vivere e morire è una strada unica senza discontinuità che ha come sbocco un amore che non conosce confini né di spazio, né di tempo, né tantomeno di merito, perché non possa accampare nessun diritto sulla gratuità di Dio.

A volte mi convinco che il frutto dell’albero genesiaco sia proprio questo amore gratuito di Dio, verso il quale non posso tendere le mani per evitare di cosificarlo, di piegarlo alla mia volontà di dominio e di possesso: la mia vita non può essere uno stendere le mani verso Lui per afferrare, ma un aprire le mani per accogliere quanto il Signore, nella sua totale gratuità, mi vuole donare.

Quindi ciascuno di noi renderà conto di se stesso a Dio.

(Rm 14,12)

Vivere

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Orgoglio di padre

Giovanni rispose: “Nessuno può prendersi qualcosa se non gli è stata data dal cielo”.

(Gv 3,27)

Questa espressione del Battista nei confronti di Gesù mi aiuta a mettere un po’ di ordine ad alcune inquietudini della mia vita. Questo anno si sta aprendo foriero di novità, di cambiamenti che non riguardano tanto la mia vita, quanto il tessuto delle mie relazioni: alcune delle persone a me più care si dovrebbero apprestare a chiudere certi capitoli della loro vita per iniziarne di nuovi ed importanti.

Ed un po’ mi sento come il Battista che termina la sua missione di accompagnatore con l’arrivo di Gesù.

Sono situazioni che smuovono il mio attaccamento affettivo e che, se da una parte mi “inquieta”, dall’altra mi lasciano una gioia di sottofondo ed una gratitudine  per poter essere testimone di certi cambiamenti nelle vite altrui.

Lo sposo è colui al quale appartiene la sposa; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è piena.

(Gv 3,29)

In questa prospettiva, è bello porsi anche nella parte dell’amico dello Sposo, amico che è presente, ascolta e gioisce per le meraviglie che Dio compie nella vita della sposa, vita che diventa non semplicemente una storia, ma storia di Salvezza.

Non nascondo che mi sento un po’ orgoglioso, come un padre che vede i propri figli crescere, con l’augurio, ma anche con l’impegno, di poter essere pure io un buon padre sulle orme del proprio Padre.

Padre e figlio


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I saldi di Dio

Questi dodici Gesù li inviò dopo averli così istruiti: “Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. E strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”.

(Mt 10,5-8)

 

La frase è incastonata come una gemma preziosa all’interno del discorso missionario e sottolinea, a prima vista, la gratuità del dare.

Ed è vero.

Rimane da capire cosa dare in maniera così totale.

 Ad una prima lettura si potrebbe pensare che quello che dovrebbe essere impiegato sia il proprio tempo, le proprie doti e capacità: pure questo è vero.

Ad un secondo livello, un po’ più profondo, si può leggere uno spendersi totalmente, un dare la vita per gli altri, specialmente per chi vive (apparentemente) in “pochezza” di vita: è come se si trattasse di una giusta ridistribuzione tra chi ha avuto tanto e chi ha avuto poco o niente dalla vita.

Pure questo è evangelicamente coerente e vero.

Ma a mio avviso c’è un di più a cui non avevo fatto caso o a cui non ero arrivato.

I primi due livelli di lettura hanno un senso, almeno per me, ad una condizione: il rapporto tra ricevere e dare non si pone tanto su un piano di cose da fare, ma nella dimensione della più assoluta gratuità dell’Amore.

Il Signore non mi chiede tanto di dare la mia vita per gli altri, quanto di amare gli altri come Lui mi ama: la mia vita è una conseguenza di essere amato da sempre, ragion per cui non è primariamente che sono chiamato a dare la vita per gli altri. Sono innanzitutto chiamato a dare/amare gratuitamente, a rendere presente questo amore a perdere e senza ritorno: il dare la vita per gli altri, così come ha fatto Gesù per me, è solo una conseguenza, una testimonianza forte oltre ogni dire ed immaginazione.

 Da qui deriva un’altra conseguenza molto pregnante: se non ho la consapevolezza di essere non solo amato, ma semplicemente L’AMATO, cosa posso dare gratuitamente? 

Il sentirsi amato rimane l’unico luogo, l’ultimo spazio in cui sperimentare e vivere un’assoluta gratuità di vita.

Tutto il resto è un di più.

Gratuito.