Ludwig

Heart speaks to heart


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La vita davanti (una lettera per te)

Mie care Simona, Mari e Vanda

sono stato davvero felice di potervi incontrare in questo fine settimana davvero così speciale, almeno per me.

La vita è davvero sorprendente quanto più lasciamo che sia lei a guidarci per strade che a volte non pensiamo: non sono sempre facili, a volte sono tortuose come le pieghe della nostra vita, ma difficilmente sappiamo cosa ci possano riservare.

Per me è stato così: una splendida sorpresa che mi ha aiutato a tornare a casa un po’ più sereneo e decisamente felice. Una felicità forte e profonda, vissuta e condivisa insieme anche a voi.

Vi scrivo per due motivi.

Il primo perché sono rimasto decisamente colpito da questa foto, che è uno splendido riassunto di un giorno vissuto insieme.

Simona, Mari e Vanda

Il vostro sguardo è rivolto verso un mare decisamente agitato, le cui onde raggiungevano la strada e facevano tremare la casa in cui stavamo.

Così è un po’ la nostra vita, ma le onde, per quanto alte e forti, non sono tutto il mare, e la luce che si staglia prepotente davanti a voi è un segno di un qualcosa che di bello vi attende, anche se può sembrare distante. Ma, ancor di più, è segno della Bellezza che portate dentro e che aspetta di esplodere e manifestarsi in tutto il suo splendore.

Il secondo motivo è per dirvi: “Grazie!“. Dal più profondo del mio cuore.

A volte noi poveri religiosi e sacerdoti pensiamo di essere i “superman” dell’anima altrui, come se fossimo noi gli unici dottori dell’anima.

Così non è.

Voi forse non lo sapete, perché probabilmente ci vergognamo a dirvelo, ma siete voi i nostri dottori dell’anima: quando aprite i vostri cuori all’amore di Dio e lasciate che dimori in voi, siamo noi – anzi – sono io ad essere guarito da tante mie incertezze e meschinità, perché vi fate strumenti dell’amore di un Dio che è misericordia.

E’ bello avervi accanto come compagne di viaggio, nel senso etimologico del termine: avere un unico Pane da spezzare e condividere.

Vi voglio bene.

don Lu


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Cosa fare? niente!

Maestro, che cosa devo fare di buono per avere la vita eterna?

(Mt 19,16)

La risposta che mi viene in mento è: niente! Perché non c’è niente di buono che possa fare per avere la vita eterna.

Ricondurre la propria felicità a delle cose da fare significa deresponsabilizzarsi, per fare della sequela di Gesù un “timbrare il cartellino” piuttosto che una scelta di amore più o meno consapevole.

È per questo che Gesù con somma sapienza e terribile pazienza sta al gioco – almeno inizialmente – del giovane ricco: lo costringe a smascherarsi e a mettersi di fronte alla realtà della sua vita, di fronte ad un imperativo che non può venire semplicemente dall’esterno, come ad una norma a cui adattarsi, ma che cerca nella verità del profondo le risorse per una risposta.

È proprio quando mi guardo nel profondo che corro il rischio del bivio: da una parte me, con il mio inseparabile carico di miseria e dall’altra la sovrabbondante grazia di Dio, che rischia di farmi dimenticare la mia debolezza insuperbendomi.

Penso che la sapienza di una giusta risposta si trovi nel saper guardare tutt’e due le strade in maniera inclusiva e non semplicemente o banalmente esclusiva.

Il Signore mi chiama ad un sano realismo su di me e sul mondo con la dolcezza della carità, ma anche con la fermezza della verità: è nel rimettermi nel suo giudizio che trovo la via della mia più autentica felicità.


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Buon anno!

Anno: periodo fatto di 365 delusioni.

Ambrose Bierce

Di sicuro i social network amplificano umori e malumori, ma proprio questo fine anno sembra declinarsi alla voce pessimismo, con una spruzzata di emodepressione ineluttabile.

Sembra di muoversi sospesi tra illusioni passate mai realizzate ed aspettative future di auguri e desideri degni delle migliori favole a lieto fine.

Il rischio, per farla breve, è di trovare qualcuno (o forse più di uno) che prenda sul serio la citazione sarcastica di Bierce.

Tutte le recriminazioni sull’anno che si sta chiudendo sembrano avere a che fare con una emotività superficiale, senza nulla togliere alle fatiche del vivere quotidiano, ma tant’è: la vita è un continuo “back to black“.

Rimane di fatto una vita che continua con prepotenza ad imporsi prima di ogni ragionamento più o meno profondo: una vita da affrontare nella sua concretezza e nelle sue esigenze, per quello che è e non per quello che dovrebbe – secondo quale dio, non so – essere.

È partendo da qui che riesco a non abdicare ai miei sogni e alle mie speranze, felice di quest’anno che si sta chiudendo ed inquieto per quel pizzico di curiosità per quello che mi aspetta.

Anno: periodo fatto di 365 scoperte.


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A proposito di cuore…

«Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi».

(Col 3,13)

Alla luce di alcuni fatti che hanno segnato la mia vita negli ultimi anni, ho sperimentato sulla mia pelle come il perdono possa essere il regalo più grande che si possa sia fare che ricevere, perché espressione di un amore vero, totale, incondizionato che crea relazioni autentiche il cui vincolo è la carità, cioè un Amore che travalica e supera qualsiasi ragionamento umano.

Perché se è vero che il cuore dell’uomo rimane una trappola insidiosa ed una cattiva bussola nella  vita quotidiana – così come ci ricorda Gesù -, dall’altra è pur vero che un cuore che accetta di amare come Dio ama ed essere da Lui guidato, diventa fonte di guarigione e di purificazione di una memoria ferita da qualunque offesa.

È questo il caso in cui il cuore diventa una bussola autentica della vita, perché si identifica con la parte più profonda e più intima di qualsiasi uomo o donna, capace di ri-orientare la propria vita secondo rotte che non appartengono a logiche umane, ma che trovano nel cuore di Dio l’inizio ed il compimento di una felicità senza fine.


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A tavolaaaaaaaaa!!!

«Come mai egli mangia e beve in compagnia dei pubblicani e dei peccatori?» (Mc 2,16).

Questa è una domanda che in maniera più o meno esplicita, ma molto spesso implicita, mi sento rivolgere da chi è sesterno a questo ambiente: quando la gente sa in che quartiere mi trovo, la maggior parte delle volte scatta un sentimento di compassione e difficilmente riescono ad intuire che, pure essendo tra “pubblicani e peccatori”, possa essere profondamente felice. Anzi, è proprio la causa della mia felicità.


Quello che Gesù compie è un gesto di profondo amore nei confronti dei figli più prediletti, ma è anche un segno metodologico per chi decide di seguirlo: è il sedersi dove la gente siede e mangiare e bere quello che la gente mangia e beve. Non è un rischioso ed inutile conformarsi, quanto piuttosto un salutare (nel senso etimologico) abbassarsi.


Capito questo, mi rimane ancora parecchia strada da  percorrere, ancora parecchio da mangiare e bere.


La percezione che ho fino a questo momento, è quella di essere ancora agli antipodi di questo gesto d’amore. E la cosa inizia a non soddisfarmi più e a sentire fame di qualcosa di più sostanzioso. Il pericolo pendente è quello di colmare la questa fame solo a colpi di antipasti, perdendomi la parte migliore. Vorrei poter dare una risposta alla domanda fatta a Gesù non tanto a parole, ma come ha fatto Lui: con il dono della sua vita.


Fino in fondo.


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La cura

«Chi non è con me, è contro di me; e chi non raccoglie con me, disperde».

(Lc 11,23)

Ancora una volta Gesù mi mette davanti ad una evidenza così palese che diventa ben nascosta.

Lo stato di inquietudine che per ora vivo in relazione all’ambiente che mi circonda, mi porta spesso a dimenticare che è inutile cercare di fare il bene e scervellarsi a riguardo: quello che più conta è capire quale bene Dio vuole che faccia.

La presenza e la testimonianza del Regno non passa primariamente attraverso le mie opere buone, ma attraverso l’adesione del mio essere, di tutto il mio essere, a Gesù. Il resto ne è una conseguenza.

Per questo le parole di Gesù suonano in maniera categorica e repentina: è uno di quei casi in cui il Signore mi mette davanti ad una scelta ben chiara senza possibilità di giustificazioni o di fuga.

Con Lui o contro di Lui.

O Regno o divisione.

A volte pensiamo che Gesù sia un simpaticone, ma queste sue parole ci rivelano il contrario: Lui sa toccare i miei punti deboli, i miei nervi scoperti e, di conseguenza, rende la relazione poco piacevole.

Ma Gesù, in fondo, non apre ferite, ma mi mette davanti agli occhi quelle che già ho proponendomi una cura di felicità eterna che non ha nessuna controindicazione, se non quella di saper sorridere di cuore in tutte le situazioni della vita.


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Il mio Ulisse

«Dentro ciascuno di noi, dice il poeta, c’è un uomo che desidera andare.

Dove non importa.

L’importante è “andare”.

Ulisse, il giorno dopo la strage, si svegliò e vide accanto a sé Penelope che dormiva.

Come sono felice” pensò l’eroe.

I Proci sono morti e nella reggia regnava il più assoluto silenzio.

Poi andò nella stanza del figlio: anche Telemaco dormiva.

Come sono felice” pensò ancora una volta Ulisse.

Poi si recò al porto,

vide una nave

e disse ai marinai:

Si parte”».

L. De Crescenzo