Ludwig

Heart speaks to heart


Lascia un commento

Polvere

2Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, 3Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, 4si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. 5Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto.

(Gv 13,2-5)

Questo Giovedì Santo l’ho vissuto in maniera particolare, nel senso che ho avuto modo di riflettere sul gesto di Gesù da una prospettiva diversa: quella dell’amicizia.

Indubbiamente tutto il capitolo è uno strabordare dell’amore di Gesù nei confronti dei suoi discepoli, ma quello che mi colpisce è questo lavare i piedi prima che Lui sia consegnato alla sua infamante morte.

Il gesto, fortemente simbolico e che quindi si presta a diversi livelli di lettura, ho provato a rileggerlo alla luce di alcune storie, di alcune persone che in questi tempi hanno deciso di aprire il loro cuore per condividere la profonda sofferenza che portano dentro.

E’ in questa propspettiva, a partire da questa esperienza che ricomprendo cosa stia facendo Gesù: quel lavare i piedi è togliere la polvere del mondo che si è attaccata camminando per le sue vie, per i suoi giorni, per il suo tempo. E’ un prendersi cura di quelle persone che attraversano la valle oscura di sofferenze ingiuste, subìte e che ancora non si ha la forza di poter affrontare in pienezza.

Ma è anche un lavare da quegli affetti disordinati che si attaccano e si incrostano nella vita di noi poveri pellegrini su questo mondo, quando arriviamo al punto in cui ci rendiamo conto di non esserci presi cura sufficientemente di noi stessi. Ecco perché, in maniera forte, Gesù, al termine del suo splendido gesto di abbassamento, mi ricorda senza scampo e senza equivoci:

13Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. 14Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri.

Ed il primo “lavare” si coniuga innanzitutto con il verbo amare, perché è amando te che inizio a togliere la polvere della sofferenza dai tuoi piedi e dai miei.

Giovedì Santo

Annunci


Lascia un commento

Perché mi vuoi così bene?

C’è un filo rosso nella mia vita che ogni tanto riemerge e che si concretizza in questa domanda che mi viene posta:

Perché mi vuoi così bene?

Parecchie persone rimangono spiazzate da questo sentirsi amate, percependolo come un amore di predilezione difficilmente vissuto in altre relazioni. Dalla mia parte, oltre alla assoluta gratuità di questa esperienza (che a volte faccio pure io fatica a comprendere da un punto di vista umano), constato come questo amare diventa terreno fertile in cui la persona si apre per quello che di buono è. È un toccare ed un far toccare quel nucleo fondamentale della persona che è costituito dall’amore di Dio per ciascuno di noi. Il

Perché mi vuoi così bene?

alla fine è la stessa domanda che io potrei rivolgere al Signore, non trovando mai una risposta umanamente compiuta e soddisfacente, semplicemente perché non c’è mai un rapporto di merito.

Quello che non capisco del tutto è che le persone si sentono amate così da me difficilmente riescono a fare il salto, a risalire la sorgente, al motivo primo per cui mi relaziono così: per me queste relazioni hanno un che di divino che mi hanno aiutato, lungo questi anni, a crescere umanamente e spiritualmente, con tutte le difficoltà e le incomprensioni annesse, insegnandomi in maniera costante che ad amare si impara, sempre più, senza mai trovare un punto di arrivo, ma sempre un nuovo punto di partenza.

È pure strano, ripensandoci, che i miei “maestri” di questa scuola infinita non sono stati i miei confratelli, ma le persone statisticamente più improbabili, a volte davvero ultime arrivate in senso cronologico o logico: prima della comunità la vera palestra dell’amore sono state – e continuano ad essere – proprio queste persone così umanamente improbabili.

Le definirei amicizie nel senso più vero ed autentico del termine, perché porto sicuro, casa, vera famiglia, parte della mia stessa anima ed ossigeno per i miei polmoni spirituali: sono loro che mi aiutano a mantenermi in equilibrio, a restituirmi a me stesso quando vivo momenti di tensione umana quotidiana (come in questi ultimi anni), non perché mi possano dire qualcosa, ma semplicemente con la loro presenza e con il loro prendersi cura di me in maniera semplice ed essenziale con il loro affetto.

Eppure sono le persone che fisicamente sono più distanti da me, ma indubbiamente le più vicine. Quando mi capita di fermarmi un momento e di pensare a loro, me le ritrovo spiritualmente presenti, sento, cioè, in maniera chiara e distinta che esiste un legame così forte che oltrepassa tempo e spazio: è come se fossimo legati da un cordone ombelicale invisibile.

Parlare con loro è veramente un parlare cuore a cuore, un sentire una casa dove si possono dismettere i panni legati a ruoli, situazioni, eventi: è un ritrovarmi per quello che sono al di là di tutto e tutti. È un incontro nello Spirito, che è amore, che ha la forza di rigenerare, di sanare, di guarire, di alleviare, di fortificare. Sono loro che mi hanno aiutato a comprendere che l’amore non trova mai, umanamente, una risposta al

Perché mi vuoi così bene?

semplicemente perché l’amore si nutre di se stesso e non di motivazioni particolari: è un cercare la persona per quello che è e non per quello che fa o che è stata.

Così come Dio si comporta con me: mi cerca per quello che sono, cioè suo figlio e da qui nascono i miei legami di fratello o sorella, in piena sintonia con quanto dice Gesù riguardo il lasciare tutto per seguirlo

È in Dio e nella sua/mia chiamata che ricomprendo la mia vita ed i miei legami, parola quanto mai adatta per indicare questo genere di relazioni che legando aprono il cuore alla libertà dell’amore.

Libertà


Lascia un commento

Betania

Ho provato a cercare quale potesse essere il significato di questa parola, ma non ho trovato un significato univoco. Di fatto rimane un luogo privilegiato per Gesù e per la sua avventura umana, perché è il luogo dove stanno i suoi più cari amici: Lazzaro, Marta e Maria.

Allora permettetemi una forzatura, ma mi piace pensare che il suo significato sia “casa dell’amicizia o della “grazia”.

Perché sto continuando a comprendere come le vere relazioni siano plasmate da un amore autentico, puro, condiviso e difeso, custodito e curato che cerca la relazione in quanto reciprocità di una diversità complementare, che segna una novità continua, inesauribile.

E’ pur vero che imparare ad amare come Gesù pone davanti al rischio dell’incomprensione:

Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo.

(Gv 15,19)

Per questo motivo le relazioni che più mi hanno segnato e che continuano ad accompagnarmi sono indubbiamente soggette ad essere lette in maniera poco comprensibile, perché sono un’esperienza che esula dalla “normalità” del vivere comune: basti pensare a quanto il mondo abbia ricamato sul rapporto tra Gesù e la Maddalena…

Di fatto queste amicizie sono luoghi in cui lo Spirito si manifesta in tutta la sua potenza: Lui che è il dono fa della relazione un costante dono il cui frutto è amore, gioia e pace (Gal 5,22).

E’ per questo che certe persone sono per me casa: gioia e pace sono le caratteristiche di un profondo amore alimentato dal fuoco dello Spirito.

Chi ha orecchi…

betania2


1 Commento

(In)Fedele

Ti farò mia sposa nella fedeltà e tu conoscerai il Signore.

(Os 2,22)

 

In questa catena di riflessioni che la liturgia mi propone, ancora una volta la mia attenzione viene catturata da un’espressione che mi rivela e mi ricorda il volto di Dio e la mia esperienza di Lui.

Quello che fa da perno alla mia esperienza è proprio la fedeltà: del resto non riesco a credere che si possa vivere un’autentica e profonda esperienza d’amore senza il chiodo che tiene il tutto insieme, nonostante le burrasche della vita. La fedeltà di Dio per l’uomo passa attraverso un chiodo e ne è la testimonianza perenne: quello che inchioda le mani e i piedi di Gesù alla Croce. È un’epifania di amore molto dura e cruda, ma che non si disperde in rivoli di farneticazioni filosofiche che portano a qualche giustificazione.

Quello che difetta è la mia fedeltà, pronto a metterla da parte o dimenticarmene appena iniziano a soffiare i venti della stanchezza e a cadere la pioggerellina insistente delle tentazioni.

La strada del mio matrimonio si chiama “resistenza”, sorella siamese di fedeltà: resistenza all’uomo vecchio e fedeltà al mio vero io, che è somiglianza ad un Padre che incessantemente mi ricorda dove sia la mia vera casa.


Lascia un commento

Intorno al Sabato Santo

Il Sabato Santo non è il giorno della morte di Dio, ma della sua assenza.

E proprio in questo giorno celebreremo i funerali di Bianca, quattordici anni, stroncati da un infarto. Un’esperienza che brutalmente ben si accorda con questo giorno di silenzio e di sgomento, perché la tragedia della morte di una persona cara trova la sua drammaticità nella sua assenza: finiti i funerali rimane l’assenza della persona amata che non è più con noi.

Per questo mi ritrovo a masticare il pane duro dell’esperienza anche per cercare di capire dove vivo.

Bianca, oggi, mi ricorda che in questo millennio più che la morte di Dio viviamo la sua assenza dagli orizzonti  della nostra vita e mentre i mezzi di comunicazione sociale spiattellano senza rispetto e pudore la morte di persone a tutte le ore da ogni parte del mondo, dall’altra la società tende a nascondere nella sua realtà l’esperienza fondamentale e unica della morte, che rimane sempre e comunque un mistero.

La fede nel Risorto non porta mai alla soluzione di questo enigma così doloroso, né tantomeno lo anestetizza, così come potrebbe pensare qualcuno, perché la Risurrezione getta la sua luce a partire al di là della morte e non prima. Vederne i riverberi al di là della notte è solo dono Suo.

In questo Sabato Santo non mi resta che mettermi in ascolto  di questa assenza, nel nudo fidarsi di una fede che può e deve aiutarmi a preparare una nuova Domenica di Risurrezione, evitando anacronistici sguardi di nostalgia verso una realtà che, misteriosamente, si rinnova al di là di ogni disperazione o di qualsiasi più feconda previsione.


1 Commento

Curriculum mortis

“La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé:

Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse -: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!“.

Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?.

(Lc 12,16-20)

Questo è un periodo in cui mi ritrovo a fare tanti curriculum vitae per varie persone che conosco e che mi chiedono una mano nel compilarli: sono più o meno farciti di attività, di esperienze fatte a vario titolo e spesso noto la differenza tra chi ha vissuto più a lungo e chi no. Questi ultimi risultano essere ancora acerbi e, naturalmente, poveri di esperienza.

Proprio questo mi ha portato a riflettere sul senso di quello che facevo, in modo particolare riguardando il mio di curriculum che proprio in questi due anni ha avuto un notevole incremento. L’elencare il bagaglio di cose fatte e di competenze acquisite dentro di me strideva (e continua a farlo) giusto un po’, per il semplice motivo che mi chiedo che senso abbia tutto questo.

Il curriculum diventa un qualcosa che può testimoniare contro di me, piuttosto che a mio favore, specialmente se lo guardo dalla prospettiva dell’eternità: non saranno questi fogli di carta che il Signore mi richiederà nel tempo opportuno, ma proprio quello che non è scritto e che invece sarà svelato una volta per sempre.

Per questo motivo chiedo al Signore che sia Lui a dare una mano a me nel preparare un curriculum vitae che non sia un curriculum mortis, ed un curriculum mortis che sappia di vita eterna.


1 Commento

Senza inizio e senza fine

Uno dei motivi per cui valga la pena vivere è, per me, l’esperienza di un amore intenso, forte, totalizzante che catalizza tutta la vita, i pensieri, le cose da fare, da sognare, da progettare e, un giorno, da realizzare insieme.

 

Non so se pure a te è capitata la stessa cosa il sentirsi cioè amato da qualcuno e amare qualcuno in maniera tale che quello che si vive abbia i connotati dell’eternità: la tipica espressione è quella del “ti amo da sempre” e la verità sembra risiedere in un amore senza tempo e distanze.

 

Non è un amore qualunque perché ha dei tratti ben precisi che non si possono sostituire con nessun altro: è un amore che ha quel nome e non un altro, quel volto e non altri, quella voce e non altra. È un amore che corrisponde a quella persona e non ad un’altra. È singolare, personalizzato, che riconosce chi sta davanti come unico e solo.

 

Non posso più vivere senza di te”: è la tremenda verità che ci unisce, che ci fa una cosa sola. È un passare dal presente al passato: è un oggi che si estende a ieri per guardare ad un futuro nuovo, diverso, completo, inimmaginabile prima, che si staglia sull’orizzonte dell’eternità in maniera chiara e distinta.

 

È un Amore senza un inizio.

 

È un Amore senza fine.