Ludwig

Heart speaks to heart


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Rendimi sordo, Signore! (20/3/07)

Rendimi sordo, Signore, perché possa non ascoltare più le cose inutili della vita, per poter essere utile a chi di vita ne ha poca.

 Rendimi sordo, Signore, ai sussulti del mio cuore quando questi non sono innanzitutto per te e poi per gli altri.

Rendimi sordo, Signore, al canto delle Sirene ammaliatrici di questo mondo, per poter elevare a Te, dal profondo del mio cuore, il mio canto di liberazione e di lode.

 Rendimi sordo, Signore, al mio egoismo difeso a tutti costi, perché la mia vita sia tutti i costi per te e per i fratelli che mi donerai.

 Rendimi sordo, Signore, alle mie inutili parole, perché possa essere, ora e sempre, un degno ministro della Tua Parola.

Amen.



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Figli o figliastri?

«Invece quello a cui si perdona poco, ama poco».

(Lc 7,47)

 

È vero: dietro il rapporto del perdono c’è una reciprocità d’amore molto profonda.

È un qualcosa di molto diverso il chiedere scusa e lo scusare ed il chiedere perdono e perdonare. Nel primo caso si tratta di un qualcosa che rimane molto superficiale rischiando l’anonimato tra le persone coinvolte e che difficilmente le mette in discussione riconoscendosi tra loro come individui alla pari: l’ambito dello “scusa!” ha sempre un retrogusto di un’asimmetrica superiorità e disuguaglianza.

 

Il perdono, invece, mette in discussione le persone coinvolte.

Chi chiede sinceramente perdono fa una violenza d’amore a chi sta di fronte, perché la costringe, in qualche modo, ad una doppia scelta: o chiudere il proprio cuore in un egoistico dolore dovuto ad un orgoglio ferito, oppure lo apre ad una risposta d’amore che riconosce la dignità dell’altro come pari.

E difficilmente ci reputiamo pari agli altri e, men che mai, inferiori: da qui nasce la nostra incapacità di chiedere perdono e di perdonare in maniera completa e decisa.

 

La responsabilità del perdono è in ordine anche nell’aiutare l’altro a crescere nell’amore: quando riesco a perdonare, nell’altro libero una forte carica di amore e riconoscenza.

 

Il perdono non tocca in maniera esclusiva la parte offesa, ma, prima di tutto, la primaria (e spesso inconscia) esigenza di essere riconosciuti figli di un Padre che ci ha perdonati con il suo sangue prima ancora che glielo chiedessimo.



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L’albero (26 giugno 2007)

«Dai loro frutti, dunque, li potrete riconoscere»

(Mt 7,20)

 

Frutti buoni.

 

Frutti cattivi.

 

Alberi buoni.

 

Alberi cattivi.

 

La Parola di Dio è tagliente e sembra che Gesù non lasci spazio tra le due alternative: con lui o contro di lui. Dietro a lui «con i passi dell’amore» o dietro me stesso con i passi del mio egoismo…

 

La vita, la mia vita e quelle delle persone che mi stanno intorno è complessa, molto complessa: fino a quando posso dire di conoscere me stesso? Come posso dire di conoscere qualcun altro?

A volte è come entrare in una stanza buia con un fiammifero acceso in mano: per breve tempo vedi ben poco… e il resto rimane nascosto.

 

I frutti… le azioni.

Sembrano facili queste parole: o è bianco o è nero.

Ma nel mio viaggio (da solo o in compagnia) qualche volta si vedono frutti buoni, altre volte frutti cattivi. E allora che pianta è? A quale specie appartiene?

Penso che il segreto stia nella linfa, nel nutrimento che le radici portano all’albero: da qui la diversità dei frutti.

Ogni albero, ogni vita, è modellato sull’Albero della Vita, mentre è la scelta di fondo che fa la differenza: con o contro.

 

Non saranno i miei errori a farmi desistere dalla mia scelta di fondo, perché ci sono tanti frutti buoni.

 

Forse è giunto il momento di tagliare quei rami che non portano buoni frutti, prima che tutto l’albero vada a male.

 

 

Signore, ti prego,

tu che sei la luce delle genti,

illumina il mio cuore

perché possa capire quali rami tagliare,

ed una volta capito

donami la forza di farlo.

L’unica scelta è fidarmi di Te,

anche se non capirò…


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Una strana equazione

In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo. Se uno mi serve, il Padre lo onorerà.

Gv 12,24-26

 

…se invece muore, produce molto frutto.

Aggrapparsi alla propria vita significa rimanere solo, mentre chi relativizza la propria vita nel seguire Gesù vive e produce molto frutto.

È un passo breve, ma denso e profondo, che allarga gli orizzonti di una vita che vuol vivere seguendo Gesù.

Ho come l’impressione che l’equazione [vivere = morire : morire = vivere] tocchi la profondità del cuore umano in una dimensione camaleontica della vita del cuore: il nostro egoismo.

Se può sembrare evidente che le parole di Gesù tocchino il nostro egoismo in generale, forse lo è di meno se le consideriamo applicate ad un cuore che rimane ferito da qualche delusione che genera poi rabbia, risentimento, divisione, ostilità…

C’è un egoismo subdolo e pericoloso, che è l’egoismo del dolore: molti nostri cammini di guarigione, di perfezione (cioè di imparare a saper amare), sono ostacolati proprio dal dolore ricevuto e quindi dato.

Se, generalmente, non riusciamo a condividere le gioie più profonde o, quanto meno, ci viene difficile, quanto più impegnativo è condividere il proprio dolore con chi ci ha fatto del male, con il fine ultimo di voler ricercare l’unità, di voler ricucire un strappo, di voler sanare una ferita… ma dietro tutto questo c’è il verbo “volere”.

L’egoismo del dolore genera fantasmi e paure che ci fanno dubitare della promessa fatta da Gesù di essere “un sol corpo e un sol spirito”.

L’egoismo del dolore erige una prigione senza mura, nella quale ci auto-imprigioniamo pensando di essere liberi, solo perché non vediamo le mura del nostro carcere.

L’egoismo del dolore ci divide e ci rende ciechi, dimenticandoci quanto ci siamo amati: ci rende dei “giustizieri” dal grilletto facile. Ci rende (falsi) giusti ai nostri occhi.

Ci fa superiore agli altri.

Ci rende dei nani dell’amore completamente ottusi.

Ci rende tenebra nella luce di Dio.

Eppure Lui continua ad amarci, anche se lo insultiamo, anche se lo bastoniamo, anche se gli sputiamo in faccia e poi lo crocifiggiamo.

Ma nonostante questo continua ad amarci e a prendersi cura di noi, quando nemmeno noi sappiamo prenderci cura gli uni degli altri.

Saper condividere il proprio dolore con chi ci ha fatto del male, forse è l’unica strada per una vera guarigione in Cristo.

Lui che è la forza, l’unità, la pace e l’amore a tutti i costi, guidi i nostri cuori e i nostri passi sulla via della pace, che è il suo cuore.

Perché è nel suo cuore che siamo tutti una cosa sola.

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