Ludwig

Heart speaks to heart


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I tre verbi della vita spirituale ed un saggio atteggiamento

«E Gesù disse loro: “Riempite d’acqua le giare”; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: “Ora attingete e portatene al maestro di tavola”. Ed essi gliene portarono». (Gv 2,7-8)

 

Riempite, attingete e portate: sono tre verbi che Gesù utilizza all’imperativo. Non usa mezzi toni: chiede solo di fidarsi e basta. I servi (letteralmente: diacònois) fanno tutto senza tergiversare ed ubbidiscono a qualcosa che a loro doveva sembrare alquanto “strano”, fuori luogo, non conveniente: portare dell’acqua a tavola durante un banchetto di nozze…

 

       Credo che la mia vita, arrivata a questo punto, si debba fortemente confrontare con questi tre verbi.

1)  RIEMPITE. In questi anni è quello che ho cercato di fare: riempire la mia vita, quella più profonda, quella più nascosta, di silenzio e preghiera. Di raccoglimento e di dialogo. Di profonda e strabordante gioia e di dolore che paralizza. E a volte, per lungo tempo, nella giara del mio spirito mi è sembrato di versare solo acqua. Semplice acqua che mi pareva inutile, che sembrava solo uno spreco di tempo. Ma così non è stato…

2) ATTINGETE. Quando mi viene chiesto qualche servizio di predicazione, formazione, catechesi, rimango sempre un po’ titubante: sarò mai all’altezza di quello che mi viene richiesto? Cosa mai ho da dare agli altri che già non hanno? Alla fine queste domande sono solo un paravento per mascherare una falsa umiltà e molto amor proprio, perché alla fin fine il Signore non permette che qualcosa di buono vada sprecato…

3) PORTATENE. Questo verbo è strettamente legato al precedente: non si può dare ciò che non si ha. Ma Gesù, che conosce il mio cuore meglio di me, sa che ho qualcosa da portare agli altri ed è per questo che me lo chiede.

 

Questi tre verbi si risolvono e trovano senso pieno nell’atteggiamento dei diacònois: fanno esattamente quello che chiede Gesù senza battere ciglio. È un modello di obbedienza quello che ci propone il Vangelo di Giovanni: è nell’obbedire alle parole di Gesù, al fidarsi ciecamente di Lui che il mondo può assaggiare il vino buono fin dall’inizio, chiedendosi da dove venga, quale sia l’origine di così tanta bontà.

Se il mio vino, la mia vita, non rimanda a Lui, allora sto perdendo tempo…

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La prova d’amore (per te)

Detto questo, mostrò loro le mani ed il costato. E i discepoli gioirono nel vedere il Signore.

(Gv 20,20)

 

Poche parole in questo versetto, ma che mi hanno sempre lasciato perplesso: il Risorto appare ai suoi discepoli e mostra loro i segni della Passione, come una “carta d’identità”, un’autocertificazione. Sono proprio quelle ferite a testimoniare la verità, la realtà profonda di quel Nazareno Crocifisso. E la gioia è tanta, da parte dei discepoli.

Ma non penso che sia la gioia per qualcosa d’inatteso, di una visita inaspettata per quanto graditissima.

Sono quelle ferite a fare la differenza, a dare senso a tutto quello che i discepoli hanno vissuto.

A dare senso a tutto quello che noi viviamo, specialmente alle sofferenze più profonde, vissute per amore.

 Più vado avanti nella mia pur breve vita, più ho l’occasione di confrontarmi con chi incrocia la mia vita, più mi rendo conto quanto possa essere difficile, ma così incredibilmente bello, amare veramente.

In questa vita non ho piena coscienza di quello che le persone a me care soffrono per amor mio.

E viceversa.

Quanto profondo possa essere l’amore e quanto incompreso, “disturbato” quotidianamente dal mio egoismo che mi spinge a farti del male.

Ma di una cosa rimango sicuro: tutte queste “incomprensioni d’amore” brilleranno come gemme preziose quando ci incontreremo di nuovo, sotto nuove spoglie.

Allora ci mostreremo reciprocamente le ferite sopportate per amore l’uno dell’altro, ma non sarà un meschino rinfacciarsi dolori egoistici: sarà un’esplosione di gioia infinita nello scoprire quanto ci siamo amati veramente.

Nonostante tutto.

Mani-Risorto