Ludwig

Heart speaks to heart


Lascia un commento

Un applauso!

Ecco noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne avremo?

(Mt 19,27)

La risposta sarcastica che darei a Pietro è: “un applauso”. Non per essere irriverente, ma perché mi ci ritrovo pure io ad esprimere in certi momenti della mia vita questa domanda, in maniera più o meno larvata.

Quantomeno Pietro, a differenza mia, ha il coraggio di essere schietto e di esporsi in prima persona. La domanda comunque rimane e rischia di assumere il tono della capziosità, come se la salvezza e la sequela di Gesù la si può barattare con qualcosa, fosse anche tutto quello che ho. Come se fosse un vantare crediti nei confronti di Dio, quando, in verità, sono un suo debitore eternamente insolubile.

Il mio do ut des con Dio non funziona, perché non c’è una complementarietà reciproca, ma solo una smisurata asimmetria a favore di Dio. Asimmetria impossibile agli uomini, ma non a Dio. Questo mi aiuta a ridimensionare me ed il mio amor proprio, che in modo particolare si manifesta nella mia vita di peccato, ma nonostante questo il suo amore rimane più forte.

Non c’è storia in questa partita, ma solo un continuo festeggiare la sua infinita misericordia.

Il cane di Dio


Lascia un commento

L’amore secondo il mondo

Se qualcuno tra voi si crede sapiente in questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente.

(1Cor 3,18)

Leggere la sapienza (o la stoltezza) come un mero conoscere che afferisce alla sfera intellettiva, penso che sia il passaggio più naturale, ma dall’altra una tentazione: spesso baso il mio prestigio personale sul sapere, che poco corrisponde a quello che Dio vuole da me.

La sapienza di cui parla la Scrittura è invece relativa all’Amore, perché Dio è amore e conoscere Lui significa imparare ed amare come Lui ama: questa è la stoltezza per il mondo. La contrapposizione tra il mondo e Dio sta qui: la qualità dell’amore, che rimane la più profonda forma di conoscenza dell’uomo.

Mentre l’amore secondo il mondo (ritenuto in genere “sapienza”) porta ad una schiavitù sistematica, l’amore secondo Dio (ritenuto “stoltezza” per il mondo) porta alla liberazione e alla pienezza della propria umanità.

Il cambio di prospettiva non è né semplice né banale, né quanto mai scontato perché si tratta di passare da un (soprav)vivere guardano il proprio ombelico, ad un vivere in pienezza relazionandosi con Qualcuno che è più grande di me.

Dov’è la vera sapienza?


Lascia un commento

Cambio di stagione

E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede? 

(Mt 6, 28-30)

Oggi mi ritrovavo a riflettere su tutto questo splendido discorso di Gesù che ritroviamo nel Vangelo di Matteo 6,24-34, ma la mia attenzione si è soffermata proprio su quei versetti riportati all’inizio.

In un commento scritto da qualcuno a riguardo, si sottolineava come ci sia una differenza abissale tra i fiori (e con loro tutto il creato) e l’uomo: se per i primi dobbiamo considerare una legge della natura già scritta che permette al fiore di diventare quello che è, è pur vero che, al contrario, il prendersi cura dell’uomo è una precisa volontà di un Dio che è Padre e che ci vuole bene.

Quello che Dio fa per noi, detto in altre parole, non è una qualche sorta di necessità o di costrizione, ma un libero atto d’amore nei nostri confronti.

E se è vero che i gigli sono rivestiti di uno splendore superiore allo sfarzo di Salomone, è ancor più vero che il Signore ci ha rivestiti di un qualcosa che è al di là di ogni immaginazione, frutto di un amore che è oltre ogni immaginazione: siamo rivestiti di Cristo stesso (Gal 3,27).

Per questo chi è rivestito di Cristo nell’intimo più autentico viene rivestito all’esterno da Dio di quanto è necessario…


3 commenti

Un po’ di sintassi

Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: “Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini”.

Mc 8,33

Uscire dal proprio paese significa, in primo luogo, imparare a parlare una nuova lingua: è necessario per potersi districare nelle più piccole faccende quotidiane che, generalmente, diamo per scontate.

Il passaggio più duro è quando ci rendiamo conto che la lingua straniera imparata a scuola serve a ben poco, perché siamo abituati a pensare in italiano e tradurlo in maniera meccanica: passaggio logico che non funziona, perché parlare un’altra lingua significa innanzitutto pensare secondo un’altra cultura.

Detto in altro modo: ho imparato davvero a parlare in inglese, per esempio, quando inizio a pensare direttamente in inglese.

La stessa identica cosa avviene per la vita spirituale, quando pensiamo di essere credenti e di seguire Gesù, ma di fatto ci comportiamo come Pietro.

Ci comportiamo come Satana che tenta Gesù nel deserto, che prova a tradurre il suo desiderio menzognero con la Parola di Dio, commettendo grossolani errori di sintassi spirituale.

La mia fede corre sempre il rischio di diventare sterile religiosità quando faccio un uso strumentale della Parola di Dio cercando di piegare Gesù alla mia volontà e alle mie attese: è come voler tradurre il linguaggio del desiderio umano in parole divine. Semplicemente non fuziona.

La mia fede è realmente tale quando inizio a pensare secondo la testa, o meglio, il cuore di Dio e a parlare, di conseguenza, in maniera spigliata ed autentica qualcosa che è diverso da me, dalle mie aspettative, dai miei passaggi logici e dal mio modo di amare e di concepire e vivere l’amore.

Imparare da zero l’alfabeto dell’amore può sembrare faticoso, ma quando si inizia a costruire la prima parola, e poi le prime frasi, è una gioia senza confini che può costruirsi in un poema di bellezza eterna.


Lascia un commento

Intorno al Sabato Santo

Il Sabato Santo non è il giorno della morte di Dio, ma della sua assenza.

E proprio in questo giorno celebreremo i funerali di Bianca, quattordici anni, stroncati da un infarto. Un’esperienza che brutalmente ben si accorda con questo giorno di silenzio e di sgomento, perché la tragedia della morte di una persona cara trova la sua drammaticità nella sua assenza: finiti i funerali rimane l’assenza della persona amata che non è più con noi.

Per questo mi ritrovo a masticare il pane duro dell’esperienza anche per cercare di capire dove vivo.

Bianca, oggi, mi ricorda che in questo millennio più che la morte di Dio viviamo la sua assenza dagli orizzonti  della nostra vita e mentre i mezzi di comunicazione sociale spiattellano senza rispetto e pudore la morte di persone a tutte le ore da ogni parte del mondo, dall’altra la società tende a nascondere nella sua realtà l’esperienza fondamentale e unica della morte, che rimane sempre e comunque un mistero.

La fede nel Risorto non porta mai alla soluzione di questo enigma così doloroso, né tantomeno lo anestetizza, così come potrebbe pensare qualcuno, perché la Risurrezione getta la sua luce a partire al di là della morte e non prima. Vederne i riverberi al di là della notte è solo dono Suo.

In questo Sabato Santo non mi resta che mettermi in ascolto  di questa assenza, nel nudo fidarsi di una fede che può e deve aiutarmi a preparare una nuova Domenica di Risurrezione, evitando anacronistici sguardi di nostalgia verso una realtà che, misteriosamente, si rinnova al di là di ogni disperazione o di qualsiasi più feconda previsione.


2 commenti

Relazioni (poco) pericolose

«Quanti confidano in lui comprenderanno la verità; coloro che gli sono fedeli vivranno presso di lui nell’amore».

(Sap 3,9)

Fedeltà e amore sono due aspetti tra loro inscindibili e dunque necessari ed essenziali.

Ciò che fa la differenza tra in un rapporto di amicizia è proprio la fedeltà, che si staglia come faro sia nei periodi di quiete, sia nei momenti di difficoltà: del resto un faro assolve al suo compito in maniera più autentica proprio quando le condizioni metereologiche diventano avverse, ragion per cui la mia vita di fede e le mie relazioni sono esposte alle intemperie.

È per questo che la fedeltà va curata, custodita, alimentata e irrobustita: naturalmente parlo della mia fedeltà e non di quella di chi mi sta attorno, perché è da me e dalle mie scelte che dipendono la mia vita di fede e le mie relazioni.

Senza dimenticarmi che la vita di fede è la relazione che dà senso e significato a tutte le altre: è ciò che viene prima, perché è la relazione originaria ed originante di un amore che si riversa senza sosta nel mio cuore in modo sovrabbondante, ma sempre e comunque esigente.

Come solo il vero amore sa essere.