Ludwig

Heart speaks to heart


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A casa!

Ascoltare significa accettare di fare spazio in se stessi fino ad essere dimora dell’altro.

Onestamente non mi ricordo chi abbia scritto questa frase, ma è molto veritiera perché tocca il cuore di una parola a volte svuotata del suo significato: amicizia.

Col passare del tempo mi sono reso conto che le amicizie, quelle vere, che hanno resistito agli anni e alle intemperie, hanno un comune denominatore: l’ascolto autentico. E’ un donarsi ed un accettarsi reciprocamente così per come si è, con le proprie vittorie e le proprie sconfitte, senza paure di giudizi, ma solo con la voglia ed il desiderio di poter essere in una comunione profonda.

Al di là, spesso, dei chilometri che ci separano e dei silenzi dettati da varie circostanze.

L’esperienza più bella che vivo è quella dell’essere a casa mia, in uno spazio mio dove so di potermi rifugiare nei momenti  di difficoltà o a volte di solitudine, non tanto per fuggire a determinate situazioni, ma più che altro per poter ritrovare me stesso. Perché è nell’amore incondizionato nei miei confronti che recupero i frammenti della mia identità, del senso della mia esistenza, del filo rosso che collega gli avvenimenti della mia vita.

E per quel poco che sono e che posso, provo a fare altrettanto con chi mi circonda.

 Da questo punto di vista riesco ad intuire un po’ di più il senso di questo Avvento e di come Maria sia stata in grado di essere, fuor di metafora, dimora dell’Altro.

Un grazie sconfinato a Lalli per la foto!


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Relazioni (poco) pericolose

«Quanti confidano in lui comprenderanno la verità; coloro che gli sono fedeli vivranno presso di lui nell’amore».

(Sap 3,9)

Fedeltà e amore sono due aspetti tra loro inscindibili e dunque necessari ed essenziali.

Ciò che fa la differenza tra in un rapporto di amicizia è proprio la fedeltà, che si staglia come faro sia nei periodi di quiete, sia nei momenti di difficoltà: del resto un faro assolve al suo compito in maniera più autentica proprio quando le condizioni metereologiche diventano avverse, ragion per cui la mia vita di fede e le mie relazioni sono esposte alle intemperie.

È per questo che la fedeltà va curata, custodita, alimentata e irrobustita: naturalmente parlo della mia fedeltà e non di quella di chi mi sta attorno, perché è da me e dalle mie scelte che dipendono la mia vita di fede e le mie relazioni.

Senza dimenticarmi che la vita di fede è la relazione che dà senso e significato a tutte le altre: è ciò che viene prima, perché è la relazione originaria ed originante di un amore che si riversa senza sosta nel mio cuore in modo sovrabbondante, ma sempre e comunque esigente.

Come solo il vero amore sa essere.


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Rendimi sordo, Signore! (20/3/07)

Rendimi sordo, Signore, perché possa non ascoltare più le cose inutili della vita, per poter essere utile a chi di vita ne ha poca.

 Rendimi sordo, Signore, ai sussulti del mio cuore quando questi non sono innanzitutto per te e poi per gli altri.

Rendimi sordo, Signore, al canto delle Sirene ammaliatrici di questo mondo, per poter elevare a Te, dal profondo del mio cuore, il mio canto di liberazione e di lode.

 Rendimi sordo, Signore, al mio egoismo difeso a tutti costi, perché la mia vita sia tutti i costi per te e per i fratelli che mi donerai.

 Rendimi sordo, Signore, alle mie inutili parole, perché possa essere, ora e sempre, un degno ministro della Tua Parola.

Amen.



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A proposito di cuore…

«Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi».

(Col 3,13)

Alla luce di alcuni fatti che hanno segnato la mia vita negli ultimi anni, ho sperimentato sulla mia pelle come il perdono possa essere il regalo più grande che si possa sia fare che ricevere, perché espressione di un amore vero, totale, incondizionato che crea relazioni autentiche il cui vincolo è la carità, cioè un Amore che travalica e supera qualsiasi ragionamento umano.

Perché se è vero che il cuore dell’uomo rimane una trappola insidiosa ed una cattiva bussola nella  vita quotidiana – così come ci ricorda Gesù -, dall’altra è pur vero che un cuore che accetta di amare come Dio ama ed essere da Lui guidato, diventa fonte di guarigione e di purificazione di una memoria ferita da qualunque offesa.

È questo il caso in cui il cuore diventa una bussola autentica della vita, perché si identifica con la parte più profonda e più intima di qualsiasi uomo o donna, capace di ri-orientare la propria vita secondo rotte che non appartengono a logiche umane, ma che trovano nel cuore di Dio l’inizio ed il compimento di una felicità senza fine.


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La fiducia del cuore

«Dal di dentro, infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male».

(Mc 7,21)

Parlare del “cuore” dell’uomo significa il più delle volte caratterizzarlo con tratti poetici, romantici, attribuendogli una forza ed una energia capaci di orientare desideri, sentimenti e volontà.

Eppure poco si parla del fatto che il cuore dell’uomo può essere quotidianamente una trappola, una bussola che orienta e spinge verso mari in tempesta e terre desolate. Fidarsi del cuore, soltanto del proprio cuore, è un’impresa temeraria, anche perché, in buona sostanza, chi può dire di conoscere bene e fino in fondo il proprio cuore così da poterlo domare ed orientare in caso di necessità?

Gesù mi mette davanti a questa verità, che è verità di me stesso: il male è anzitutto dentro me, connaturale alla mia vita.

È come se il mio cuore fosse un pezzo di argilla informe da modellare con il passare dei giorni: il punto è a chi affidarsi e affidare il proprio cuore affinché diventi un capolavoro d’amore?

È per questo motivo che diventa necessario che non sia a toccare Dio, ma che lasci che sia Lui a prendere in mano la mia vita.

Nella fatica e nella sofferenza del lasciarsi modellare capisco a quale bellezza sono effettivamente chiamato: lo splendore di essere figlio di Dio.



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T F R

«Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio».

(Mc 12,17)

Se la parola “Cesare” la sostituiamo con la  parola “peccato”, forse tutto diventa più chiaro e meno oscuro.

Il tributo a Satana è il peccato: lui, che è il Cesare di questa terra, riscuote quest’unico salario che, all’apparenza, appaga ogni nostro desiderio, ma il cui vero volto rischia di essere quello della disperazione.

L’unico cuneo tra peccato e disperazione, tra Satana e morte rimane la speranza in un Dio che mi vuole in piedi e non prostrato nella polvere del dolore o, peggio, nel fango della mia miseria.
È
la speranza che nasce dalla consapevolezza che noi siamo di Dio e che, dunque, siamo chiamati a dare in tributo noi stessi a Dio.

Così come siamo.

Senza sconti o sopravvalutazioni.

È qui che la mia speranza affonda le sue radici per trovare il nutrimento necessario per crescere, svilupparsi e portare molto frutto. È questa la strada che porta alla serenità del cuore e alla vita vera, la strada che sembra difficile solo perché è diametralmente opposta a quella del peccato, ma il cui traguardo è molto più vicino di quello che pensiamo e molto più bello di quello che ci aspettiamo.

E non ci sono vie di mezzo o scorciatoie: queste appartengono al Cesare della morte, mentre al Signore della vita possiamo offrire un sentiero lungo quanto la nostra vita, segnato dalle orme dell’amore.


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La cura

«Chi non è con me, è contro di me; e chi non raccoglie con me, disperde».

(Lc 11,23)

Ancora una volta Gesù mi mette davanti ad una evidenza così palese che diventa ben nascosta.

Lo stato di inquietudine che per ora vivo in relazione all’ambiente che mi circonda, mi porta spesso a dimenticare che è inutile cercare di fare il bene e scervellarsi a riguardo: quello che più conta è capire quale bene Dio vuole che faccia.

La presenza e la testimonianza del Regno non passa primariamente attraverso le mie opere buone, ma attraverso l’adesione del mio essere, di tutto il mio essere, a Gesù. Il resto ne è una conseguenza.

Per questo le parole di Gesù suonano in maniera categorica e repentina: è uno di quei casi in cui il Signore mi mette davanti ad una scelta ben chiara senza possibilità di giustificazioni o di fuga.

Con Lui o contro di Lui.

O Regno o divisione.

A volte pensiamo che Gesù sia un simpaticone, ma queste sue parole ci rivelano il contrario: Lui sa toccare i miei punti deboli, i miei nervi scoperti e, di conseguenza, rende la relazione poco piacevole.

Ma Gesù, in fondo, non apre ferite, ma mi mette davanti agli occhi quelle che già ho proponendomi una cura di felicità eterna che non ha nessuna controindicazione, se non quella di saper sorridere di cuore in tutte le situazioni della vita.