Ludwig

Heart speaks to heart


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Ognissanti

Recupero una riflessione di qualche tempo fa, ma che ben si addice alla giornata di oggi.

 

Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo.

(Gal 6,14)

 

In questa festa di S. Francesco la liturgia della Parola ci mette davanti all’unico giudizio della storia: quello della Croce.

Ed effettivamente è difficile annunciare lo scandalo della croce in un contesto culturale che tende a rimuovere il dolore e le sofferenze semplicemente nascondendolo o, al contrario, bombardandoci con un’esposizione mediatica che lo spettacolarizza svuotandolo di significato e rendendo duro il nostro cuore.

Eppure rimane l’unico metro di giudizio, l’unico punto di vista che mi restituisce la mia vita in maniera autentica, liberata da sovrastrutture o da giustificazioni: è lo specchio in cui ritrovo la verità di me stesso, anche se non è semplice fissare lo sguardo su ciò che riflette.

Pure il mondo è stato crocifisso, ricorda la Scrittura, cioè è stato riconsegnato alla mia responsabilità così come l’ha pensato Dio e non come io penso che sia: è diventato il terreno nel quale l’albero della croce è stato piantato per portare i suoi frutti di salvezza eterna, di un amore indefettibile.

E questo albero non conosce altra irrigazione se non il sangue di Cristo, che ad oggi continua ad essere versato per la mia salvezza.

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Una con-siderazione

«E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo».

(Gv 3,14)

La storia universale e la vita di ciascuno a volte sembrano essere senza alcun senso, come ciechi che camminano nella notte.

A questo barcollare si aggiunge il peso del peccato sociale e personale che aggrava ulteriormente la situazione. Per questo vivere può risultare stancante fino a ferire l’anima, perché alla fine sono così concentrato a guardare la punta dei miei piedi ed il terreno su cui cammino che mi dimentico di con-siderare tutto il resto, di alzare cioè gli occhi verso il cielo per allargare gli orizzonti del mio cuore.

Imparare a guardare il Figlio dell’uomo che è stato innalzato sulla Croce non è un rito magico che allevia le sofferenze, ma è un esercizio dello spirito per imparare a guardare la mia vita ed il mondo che mi circonda da una prospettiva sempre nuova, ricca di una com-passione che riscalda il cuore nonostante le gelide storture del peccato e di un egoismo a volte rivestito di santa evangelicità.


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L’abbraccio della Croce

Ormai sono più di dieci anni che vivo un’avventura che ha dello straordinario, dei colori così vari e nello stesso tempo forti ed indefiniti che continua ad essere una sorpresa continua, sempre meravigliosa.

Nonostante tutto.

Quello che risulta essere forse più difficile da gestire è l’abbandono, il distacco dalle persone incontrate lungo tutti questi anni, lungo strade inimmaginabili prima. Forse è la cosa che più colpisce chi guarda da fuori il genere di vita che conduco: tanti sacrifici per costruire relazioni, tante amicizie (spesso autentiche) costruite e poi via, si parte di nuovo.

Si ricomincia di nuovo.

Tutto daccapo.

Come questo punto.

Umanamente non è spiegabile, perché si tratterebbero di traumi infilati uno dietro l’altro, di una sofferenza dovuta al distacco moltiplicata per tutte le persone che ho incontrato. Ma alla luce della fede, di fatto, si chiama purificazione.

Il Signore ha scelto di essere inchiodato alla Croce per non poter più chiudere le braccia e trattenere così qualcuno, fosse anche la sua Madre. E’ un abbraccio cosmico, nel senso letterale del termine, che cioè abbraccia tutto l’universo.

E siccome non sono Dio (per fortuna), ogni tanto i MIEI chiodi si allentano e c’è bisogno di qualche martellata che rimetta le cose al giusto posto.

Sotto un certo punto di vista, per me, non è questo il tempo vero degli abbracci: quello deve ancora arrivare e il quando lo sa solo Lui.

E’ allora che mi saranno tolti i chiodi dalle mie mani per poter abbracciare tutti in un abbraccio senza inizio e senza fine.


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L’ombra della Luce

«Figlio di Davide, abbi pietà di noi».

(Mt 9,27)

Tra questa richiesta di misericordia e la guarigione dei due ciechi c’è un abisso di fede e la persona di Gesù Salvatore.

In tutto questo clima di sofferenza esplosa in maniera così repentina ed inaspettata, in questo momento in cui tutto sembra più buio del normale, una invocazione di misericordia diventa uno spiraglio per far entrare la Luce: forse è un tenue raggio, ma che non può essere sconfitto dalle tenebre circostanti.

La fede, la nostra fede, la mia fede è proprio così: è un guardare a quella Luce che passa attraverso uno strano spiraglio che ha la forma inquietante della Croce di Gesù. Di primo acchito fa male, come tutto il dolore di questo mondo che si insinua nelle pieghe della vita. Poi dipende dov’è che voglio fermare lo sguardo: se sulla porta cruciforme o sulla Luce che attraverso essa passa per illuminare il mio volto e quello che mi sta intorno.

Tutto questo non esclude la pesantezza delle tenebre che possono avvolgermi, ma so che l’oscurità, per quanto grande possa essere, non riesce mai a spegnere quella luce che Qualcuno ha acceso quaggiù per non spegnersi mai più.

Il resto è storia da raccontare a tempo e luogo.

E ancor prima da capire a suo tempo.



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Tra il dire e il fare

«E chi è il mio prossimo?».

(Lc 10,29)

Il famoso racconto del “Buon Samaritano” è stranoto, sentito e risentito tante di quelle volte che quasi quasi lo imparo a memoria.

Prima tentazione: siccome conosco già la pagina del Vangelo, già so cosa mi dice. Ma tra narrazione, la vita e il vivere il Vangelo c’è sempre qualcosa di nuovo e questo è dato dallo Spirito che vive in me, non dalla mia intelligenza o dal mio studio.

Il secondo appunto è che, in genere, risolto in maniera logica il quesito iniziale “E chi è il mio prossimo?”, rimanendo stupito della risposta di Gesù che ribalta la prospettiva di riflessione, mi ritengo contento e soddisfatto.

Sfugge, però, il punto nodale della questione.

Gesù non si intrattiene in una sterile disputa teologica, in una accademia destinata ad un’oscura pubblicazione per pochi eletti.

No.

Pone la discussione sul piano operativo: “Va’ e anche tu fa’ lo stesso” (Lc 10, 32).

La sazietà della ragione rischia di trasformarsi in pigrizia dell’amore e questa è l’altra grande tentazione.

Gesù mi invita a fare esperienza del diventare prossimo, per capirne fino in fondo il vero significato: Lui è il vero prossimo, tanto che mi ha caricato sull’asino della sua Croce e mi ha guarito con il suo sangue.

L’amore passa attraverso il verbo fare.


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Gli altri siamo noi

«Dette queste cose, Gesù proseguì avanti agli altri salendo verso Gerusalemme».

(Lc 19,28)

 

La grandezza di Gesù, la sua profonda umanità, la sua vera ed autentica umanità, si dimostra e si rivela nelle sue parole (vedi la parabole che precede), ma anche nelle azioni che il Vangelo “nasconde” in dettagli a prima vista insignificanti.

 

Gesù sale verso Gerusalemme e quello che lo aspetta non è certo un festino, ma tutt’altro: se è vero che c’è una tavola imbandita per lui e per i suoi discepoli per una cena che cambierà per sempre il corso della storia, dall’altra c’è un’altra tavola vuota, ma che sarà riempita dallo stesso corpo e bagnata dallo stesso sangue.

 

Quando nella vita ci troviamo ad affrontare quelle salite che ci costano tanto in energie, impegno e dolore, pensiamo di essere i primi a percorrere quella strada e di essere stati lasciati da soli  lungo il percorso.

Il che può essere vero, da un punto di vista: quello di una vista che non riesce ad andare al di là della propria statura.

Ci dimentichiamo che qualcuno ci ha già sorpassati, percorrendo la stessa strada ed arrivando prima di noi al traguardo, un traguardo che è ben oltre quello che pensiamo.

 

Gesù «proseguì avanti agli altri»: lascia tutti dietro per dirci che, per quanto difficile possa essere la salita, per quanto grande ci possa sembrare la croce che segna il traguardo di questa strada, la vera meta si trova proprio al di là di quei due pezzi di legno.

È al di là della croce che c’è un pubblico immenso che fa il tifo per noi da quando siamo partiti: il fatto che non lo abbiamo visto o sentito prima non significa che non ci fosse.

 

Quindi?

Non ci rimane che continuare il nostro cammino, salite comprese, sapendo che quando giungeremo al vero traguardo ci sarà una splendida festa organizzata per noi che non avrà mai fine.