Ludwig

Heart speaks to heart


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Le chiavi di Casa

[Gesù] disse loro: “Ma voi, chi dite che io sia?”. 16Rispose Simon Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. 17E Gesù gli disse: “Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. 18E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. 19A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”.

(Mt 16,15-19)

E’ da un po’ che volevo scrivere una riflessione che mi frulla per la testa almeno da questa estate. Forse è giunto il momento, spinto da “coincidenze” vespertine…

Il brano sopra riportato ho avuto, a suo tempo, modo di sviscerarlo per lungo e per largo dal punto di vista esegetico, ma la mia attenzione non si era mai soffermata sulla relazione che passa tra Gesù e Pietro, tra Gesù e me stesso.

Mi è capitato di chiedere a più di qualche ragazzo a che età i suoi genitori gli avevano consegnato le chiavi di casa. Le risposte, naturalmente, sono state molteplici, ma erano accomunate da una costante non tanto legata all’età, quanto alla fiducia.

Penso che sia esperienza comune che le chiavi di casa nostra ci siano state consegnate quando i nostri genitori, ad un certo punto, hanno deciso di avere più fiducia in noi: una conquista che spesso si coniuga col senso di indipendenza e gratitutdine per chi le riceve.

Se questo è vero per noi, non credo che lo stesso si possa dire di Dio.

Di fatto, il Signore non aspetta che abbia fiducia in me per consegnarmi le chiavi di Casa, per un semplice motivo: si fida ciecamente di me perché mi ama e mi conosce meglio di me stesso, al di là delle mie fragilità e debolezze.

No.

Il Signore mi consegna le chiavi di Casa quando sono io a fidarmi di Lui.

E’ questo il paradosso apparente.

Perché alla fine sono io che me ne vado, in un modo o in un altro, via di casa.

Non Lui.

Quando però, come Pietro, riconosco Gesù come unico Signore, è lì che il mio posto, la mia vita si trova realmente con l’unico Padre. E’ lì che si aprono le porte di una vita nuova, i cui cardini sono amore e fiducia. Una vita che trova senso e significato profondo al di là di tutti i miei sbagli, oltre la percezione che posso avere di me stesso e di quanto mi circonda.

Perché è proprio vero quello che scriveva Fedor Dostoevskij:

Amare qualcuno significa vederlo come Dio aveva inteso che fosse.

E chi vede meglio di Dio?

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Perché mi vuoi così bene?

C’è un filo rosso nella mia vita che ogni tanto riemerge e che si concretizza in questa domanda che mi viene posta:

Perché mi vuoi così bene?

Parecchie persone rimangono spiazzate da questo sentirsi amate, percependolo come un amore di predilezione difficilmente vissuto in altre relazioni. Dalla mia parte, oltre alla assoluta gratuità di questa esperienza (che a volte faccio pure io fatica a comprendere da un punto di vista umano), constato come questo amare diventa terreno fertile in cui la persona si apre per quello che di buono è. È un toccare ed un far toccare quel nucleo fondamentale della persona che è costituito dall’amore di Dio per ciascuno di noi. Il

Perché mi vuoi così bene?

alla fine è la stessa domanda che io potrei rivolgere al Signore, non trovando mai una risposta umanamente compiuta e soddisfacente, semplicemente perché non c’è mai un rapporto di merito.

Quello che non capisco del tutto è che le persone si sentono amate così da me difficilmente riescono a fare il salto, a risalire la sorgente, al motivo primo per cui mi relaziono così: per me queste relazioni hanno un che di divino che mi hanno aiutato, lungo questi anni, a crescere umanamente e spiritualmente, con tutte le difficoltà e le incomprensioni annesse, insegnandomi in maniera costante che ad amare si impara, sempre più, senza mai trovare un punto di arrivo, ma sempre un nuovo punto di partenza.

È pure strano, ripensandoci, che i miei “maestri” di questa scuola infinita non sono stati i miei confratelli, ma le persone statisticamente più improbabili, a volte davvero ultime arrivate in senso cronologico o logico: prima della comunità la vera palestra dell’amore sono state – e continuano ad essere – proprio queste persone così umanamente improbabili.

Le definirei amicizie nel senso più vero ed autentico del termine, perché porto sicuro, casa, vera famiglia, parte della mia stessa anima ed ossigeno per i miei polmoni spirituali: sono loro che mi aiutano a mantenermi in equilibrio, a restituirmi a me stesso quando vivo momenti di tensione umana quotidiana (come in questi ultimi anni), non perché mi possano dire qualcosa, ma semplicemente con la loro presenza e con il loro prendersi cura di me in maniera semplice ed essenziale con il loro affetto.

Eppure sono le persone che fisicamente sono più distanti da me, ma indubbiamente le più vicine. Quando mi capita di fermarmi un momento e di pensare a loro, me le ritrovo spiritualmente presenti, sento, cioè, in maniera chiara e distinta che esiste un legame così forte che oltrepassa tempo e spazio: è come se fossimo legati da un cordone ombelicale invisibile.

Parlare con loro è veramente un parlare cuore a cuore, un sentire una casa dove si possono dismettere i panni legati a ruoli, situazioni, eventi: è un ritrovarmi per quello che sono al di là di tutto e tutti. È un incontro nello Spirito, che è amore, che ha la forza di rigenerare, di sanare, di guarire, di alleviare, di fortificare. Sono loro che mi hanno aiutato a comprendere che l’amore non trova mai, umanamente, una risposta al

Perché mi vuoi così bene?

semplicemente perché l’amore si nutre di se stesso e non di motivazioni particolari: è un cercare la persona per quello che è e non per quello che fa o che è stata.

Così come Dio si comporta con me: mi cerca per quello che sono, cioè suo figlio e da qui nascono i miei legami di fratello o sorella, in piena sintonia con quanto dice Gesù riguardo il lasciare tutto per seguirlo

È in Dio e nella sua/mia chiamata che ricomprendo la mia vita ed i miei legami, parola quanto mai adatta per indicare questo genere di relazioni che legando aprono il cuore alla libertà dell’amore.

Libertà


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A casa!

Ascoltare significa accettare di fare spazio in se stessi fino ad essere dimora dell’altro.

Onestamente non mi ricordo chi abbia scritto questa frase, ma è molto veritiera perché tocca il cuore di una parola a volte svuotata del suo significato: amicizia.

Col passare del tempo mi sono reso conto che le amicizie, quelle vere, che hanno resistito agli anni e alle intemperie, hanno un comune denominatore: l’ascolto autentico. E’ un donarsi ed un accettarsi reciprocamente così per come si è, con le proprie vittorie e le proprie sconfitte, senza paure di giudizi, ma solo con la voglia ed il desiderio di poter essere in una comunione profonda.

Al di là, spesso, dei chilometri che ci separano e dei silenzi dettati da varie circostanze.

L’esperienza più bella che vivo è quella dell’essere a casa mia, in uno spazio mio dove so di potermi rifugiare nei momenti  di difficoltà o a volte di solitudine, non tanto per fuggire a determinate situazioni, ma più che altro per poter ritrovare me stesso. Perché è nell’amore incondizionato nei miei confronti che recupero i frammenti della mia identità, del senso della mia esistenza, del filo rosso che collega gli avvenimenti della mia vita.

E per quel poco che sono e che posso, provo a fare altrettanto con chi mi circonda.

 Da questo punto di vista riesco ad intuire un po’ di più il senso di questo Avvento e di come Maria sia stata in grado di essere, fuor di metafora, dimora dell’Altro.

Un grazie sconfinato a Lalli per la foto!


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Tempo opportuno

«Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre».

(Lc 7,15)

 

Quello che mi colpisce in questo passo non è tanto il richiamare alla vita un ragazzo morto, quanto il restituire il redivivo alla madre.

In effetti non penso che abbia molto senso che qualcuno possa vivere indipendentemente dagli altri: la vita che mi viene donata non è solo per me, ma è un dono per gli altri, dono che viene direttamente dalle mani di Dio.

Il passaggio dal peccato alla Grazia è sempre una restituzione ai fratelli, a chi, per primo, ci ama in maniera più autentica e profonda.

In questi giorni di campo tanti si sono seduti a parlare e molti sono stati restituiti alle proprie famiglie con un pizzico di vita autentica in più.

Ritornato nella mia casa, anche io vengo restituito al mio ambiente con un briciolo di consapevolezza in più sulla mia vita interiore, tra ragnatele, polvere e spiragli di luce. Certo, a volte rimangono incomprensibili determinati avvenimenti, ma il tempo e la pazienza appartengono a Dio soltanto, mentre a me tocca vivere la pazienza in attesa del tempo opportuno.


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Piccola stella senza cielo

Lo sguardo verso l’alto ha generato in basso la poesia e l’astronomia, la misura del tempo e dello spazio, la danza e la musica, la liturgia e la matematica. Le cose belle e buone, per i mortali, sono figlie del cielo, stelle fiorite sulla terra. Scienza e arte, filosofia e religione, tutta la cultura viene dalla contemplazione del cielo, suo riflesso sulla terra.

“Con-siderare”, stare-con-le-stelle, in cerca della propria, è l’origine del pensare e dell’agire umano. Solo quando uno ha trovato la propria stella, “de-sidera”, smette-di-considerare, perché sa la direzione verso cui muoversi.

L’uomo è un animale “eccentrico”: ha il suo centro fuori di sé, che lo sbilancia verso l’oggetto del suo desiderio. Solo lì vive, perché lì sta di casa. Uno abita dove ama, più che  dove sta. Per questo continuamente si muove, per giungere là dove il suo cuore già dimora.

[…] Dove andare?

[…] L’interrogativo non ha risposta, se non la stessa domanda che sempre interroga: dove andare? Ciò che invano cerchi fissando le profondità del cielo o vagando sulla superficie del globo, lo puoi trovare solo nel tuo cuore.

Entrare nel cuore è l’unica via del ritorno, anche se piena di ambiguità, più della Via Lattea.

(Silvano Fausti)

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