Ludwig

Heart speaks to heart


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A casa!

Ascoltare significa accettare di fare spazio in se stessi fino ad essere dimora dell’altro.

Onestamente non mi ricordo chi abbia scritto questa frase, ma è molto veritiera perché tocca il cuore di una parola a volte svuotata del suo significato: amicizia.

Col passare del tempo mi sono reso conto che le amicizie, quelle vere, che hanno resistito agli anni e alle intemperie, hanno un comune denominatore: l’ascolto autentico. E’ un donarsi ed un accettarsi reciprocamente così per come si è, con le proprie vittorie e le proprie sconfitte, senza paure di giudizi, ma solo con la voglia ed il desiderio di poter essere in una comunione profonda.

Al di là, spesso, dei chilometri che ci separano e dei silenzi dettati da varie circostanze.

L’esperienza più bella che vivo è quella dell’essere a casa mia, in uno spazio mio dove so di potermi rifugiare nei momenti  di difficoltà o a volte di solitudine, non tanto per fuggire a determinate situazioni, ma più che altro per poter ritrovare me stesso. Perché è nell’amore incondizionato nei miei confronti che recupero i frammenti della mia identità, del senso della mia esistenza, del filo rosso che collega gli avvenimenti della mia vita.

E per quel poco che sono e che posso, provo a fare altrettanto con chi mi circonda.

 Da questo punto di vista riesco ad intuire un po’ di più il senso di questo Avvento e di come Maria sia stata in grado di essere, fuor di metafora, dimora dell’Altro.

Un grazie sconfinato a Lalli per la foto!


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Obbedendo

«Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza dalle cose che patì».

(Eb 5,8)

 Nella cultura contemporanea accettare  la sofferenza è un qualche cosa di improponibile, ancor meno riuscire ad intuire che possa essere motivo di crescita.

Eppure la vita di Gesù ci indica una strada alternativa che non è il rinnegare o lo sfuggire al dolore, ma un fidarsi di Qualcuno che non si vede in una situazione in sé disumanizzante.

Perché la sofferenza, qualsiasi essa sia – fisica, psicologica, morale – ha la capacità di ridurre all’impotenza qualsiasi uomo: in questa situazione la fede non diventa una via d’uscita o una chiave ermeneutica della sofferenza, ma un incontrollabile spiraglio di una luce che è speranza. Non tanto una speranza di guarigione, quanto primariamente la certezza di una Presenza che a volte risulta essere scomoda o fuori posto.

 

Perché la sofferenza mi costringe ad ascoltare innanzitutto la mia vita nella sua crudezza e a volte crudeltà e poi…

… se c’è  un poi.

 Del resto la parola “obbedienza” è intimamente ed intrinsecamente legata con l’ascolto, quello di qualcosa o di Qualcuno che è più grande di me e che travalica i miei pensieri e che mi apre a nuovi significati esistenziali.


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Dare la precedenza


«Mia madre e i miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica».

(Lc 8,21)

 

Quella di Gesù è davvero una strana famiglia, perché non tiene conto, primariamente, dei legami di sangue, ma pone le relazioni familiari su un altro piano: i suoi parenti più stretti sono coloro che nella vita sanno dare la precedenza.

Dare la precedenza significa fermarsi allo stop, guardare la situazione e sapersi muovere di conseguenza, altrimenti si rischia di essere causa di qualche incidente.

 

La stessa cosa vale nelle relazioni: è più saggio ascoltare prima di parlare; è più sapiente guardare e capire prima di agire.

 

Questo vale a maggior ragione nella nostra vita di fede e Gesù ce lo ricorda in maniera molto forte, mettendo in discussione i legami familiari: non basta comportarsi bene per far parte della famiglia di Gesù, ma è necessario prima di tutto ascoltare cosa ha da dirci il Padre: «La guerra è finita! Sei salvo!». 

Naturalmente non per merito nostro, ma per un gesto di amore infinito nei nostri confronti.

 

È da questo annuncio, da questa Buona Notizia che la nostra vita si ristruttura di conseguenza: questo è il motivo per cui l’ascolto precede l’azione e l’amore del Padre nei nostri confronti ha sempre e comunque, che ci piaccia o no, la precedenza nella nostra vita.


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Un po’ di grammatica

 «Il Padre infatti ama il Figlio, gli manifesta tutto quello che fa e gli manifesterà opere ancora più grandi di queste, e voi ne resterete meravigliati». (Gv 5, 20)

 

Entrare nella logica di Dio è un po’ difficile, lo ammetto e, più che altro, lo sperimento quotidianamente.

La questione diventa ancora più difficile da comprendere quando non riusciamo a decifrare quel “progetto che ci sovrasta”: ci sfuggono a volte le chiavi di lettura di certe realtà o perché non le frequentiamo o perché non riusciamo a metterci nei panni di chi ci sta davanti.

Ascoltare realmente in profondità qualcuno significa mettere da parte i propri schemi mentali in cui confidiamo (e frutto delle esperienze faticosamente vissute) per cercare di entrare in quelli di chi ci sta davanti: questo significa spogliarsi delle proprie certezze per farsi toccare nel profondo dell’anima.

 

Nel rapporto con Dio si tratta di fare un salto molto particolare, perché non si tratta più di un rapporto alla pari (uomo-uomo), ma di un rapporto decisamente asimmetrico, con tutto quello che ne consegue.

Anche la “grammatica” e la “sintassi” espressiva cambiano.

Cambia il linguaggio con il suo contenuto.

Un esempio è dato dall’uso di due verbi fondamentali nella grammatica relazionale Dio-uomo:

1.Dio utilizza un unico verbo: DARE.

2.L’uomo utilizza (ne sia cosciente o meno) solo il verbo RICEVERE.

 

Nel contesto umano i verbi vanno naturalmente insieme e nelle due direzioni del dare-ricevere: questo crea qualche difficoltà specialmente nel capire se quello che proviamo per qualcuno (o che riceviamo da qualcuno) sia vero amore.

Ma il fatto che nel rapporto con Dio esiste solo una direzione (il DARE di Dio verso l’uomo) e l’uomo si ritrovi solo a ricevere, crea una situazione in cui il ritmo  di Dio esula completamente dai nostri schemi: da qui nascono le grandi domande fatte a Lui per qualsiasi ingiustizia, situazione vissuta male, recriminazioni varie…

Lo stesso accade quando noi pretendiamo di dire o dare qualcosa a Lui con il desiderio più o meno inconscio di mostrarci giusti: come il bambino che regala una cravatta al proprio genitore per la festa del papà con i soldi dello stesso genitore…

 

Non abbiamo niente che non ci sia stato dato prima da Dio.

 

E quanto più questo vale per la vita di preghiera: «solo Diòs basta» diceva santa Teresa d’Avila.

 

Facile, no?


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Per Michela

“Per diventare virtuosi del violino occorre possedere due qualità: saper ascoltare e saper sentire.

Johannes possedeva entrambe tali qualità. Egli sapeva scoltare il proprio strumento. E sapeva sentirlo vibrare all’interno di sé.

Ogni giorno, dall’alba al calar del sole, egli si consacrava alla propria arte.

Talvolta suonava con una passione tale da fargli passare l’intero giorno con gli occhi chiusi ad ascoltare le proprie emozioni. Sprofondato in sé e nella musica, era tuttavia in grado di vedere il mondo meglio di chiunque altro, poiché laddove i suoi occhi erano chiusi il suo cuore era aperto alla luce”.

violin

        Maxence Fermine, Il violino nero.