Ludwig

Heart speaks to heart


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Quello che fa correre

Quello che fa avanzare sulla via è l’amore di Dio e del prossimo.

Chi ama corre, e la corsa è tanto più appassionata quanto più è profondo l’amore.

(S. Agostino, Discorso 346/b)

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Le chiavi di Casa

[Gesù] disse loro: “Ma voi, chi dite che io sia?”. 16Rispose Simon Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. 17E Gesù gli disse: “Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. 18E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. 19A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”.

(Mt 16,15-19)

E’ da un po’ che volevo scrivere una riflessione che mi frulla per la testa almeno da questa estate. Forse è giunto il momento, spinto da “coincidenze” vespertine…

Il brano sopra riportato ho avuto, a suo tempo, modo di sviscerarlo per lungo e per largo dal punto di vista esegetico, ma la mia attenzione non si era mai soffermata sulla relazione che passa tra Gesù e Pietro, tra Gesù e me stesso.

Mi è capitato di chiedere a più di qualche ragazzo a che età i suoi genitori gli avevano consegnato le chiavi di casa. Le risposte, naturalmente, sono state molteplici, ma erano accomunate da una costante non tanto legata all’età, quanto alla fiducia.

Penso che sia esperienza comune che le chiavi di casa nostra ci siano state consegnate quando i nostri genitori, ad un certo punto, hanno deciso di avere più fiducia in noi: una conquista che spesso si coniuga col senso di indipendenza e gratitutdine per chi le riceve.

Se questo è vero per noi, non credo che lo stesso si possa dire di Dio.

Di fatto, il Signore non aspetta che abbia fiducia in me per consegnarmi le chiavi di Casa, per un semplice motivo: si fida ciecamente di me perché mi ama e mi conosce meglio di me stesso, al di là delle mie fragilità e debolezze.

No.

Il Signore mi consegna le chiavi di Casa quando sono io a fidarmi di Lui.

E’ questo il paradosso apparente.

Perché alla fine sono io che me ne vado, in un modo o in un altro, via di casa.

Non Lui.

Quando però, come Pietro, riconosco Gesù come unico Signore, è lì che il mio posto, la mia vita si trova realmente con l’unico Padre. E’ lì che si aprono le porte di una vita nuova, i cui cardini sono amore e fiducia. Una vita che trova senso e significato profondo al di là di tutti i miei sbagli, oltre la percezione che posso avere di me stesso e di quanto mi circonda.

Perché è proprio vero quello che scriveva Fedor Dostoevskij:

Amare qualcuno significa vederlo come Dio aveva inteso che fosse.

E chi vede meglio di Dio?

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Per i miei amici (sul finir dell’anno)

Nella speranza infatti siamo stati salvati.

(Rm 8,24)

È bello sentire come in questi giorni vibri in maniera distinta questa certezza legata ad una speranza che non è un’incognita casuale, ma che è attesa della certezza.

Certezza che ha la stessa evidenza della fede.

E la fede ha la stessa consistenza di una relazione che tiene sveglio il cuore e sempre presente alla mente la persona amata.

Ecco perché la mia crescita umana e spirituale camminano di pari passo con l’approfondimento delle mie amicizie: quanto più il Signore mi spinge verso loro, tanto più mi riporta a sé con una più profonda coscienza di me e di Lui.

È una Grazia proteiforme, che si manifesta in mille volti e in mille storie, ma che alla fine convergono tutte verso un unico punto: il cuore di Dio.

È in questa certezza che sono salvato, anche quando certe strade sono poco illuminate, accidentate o totalmente al buio: alla fine il punto di arrivo è uno e tocca a me camminare.

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Betania

Ho provato a cercare quale potesse essere il significato di questa parola, ma non ho trovato un significato univoco. Di fatto rimane un luogo privilegiato per Gesù e per la sua avventura umana, perché è il luogo dove stanno i suoi più cari amici: Lazzaro, Marta e Maria.

Allora permettetemi una forzatura, ma mi piace pensare che il suo significato sia “casa dell’amicizia o della “grazia”.

Perché sto continuando a comprendere come le vere relazioni siano plasmate da un amore autentico, puro, condiviso e difeso, custodito e curato che cerca la relazione in quanto reciprocità di una diversità complementare, che segna una novità continua, inesauribile.

E’ pur vero che imparare ad amare come Gesù pone davanti al rischio dell’incomprensione:

Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo.

(Gv 15,19)

Per questo motivo le relazioni che più mi hanno segnato e che continuano ad accompagnarmi sono indubbiamente soggette ad essere lette in maniera poco comprensibile, perché sono un’esperienza che esula dalla “normalità” del vivere comune: basti pensare a quanto il mondo abbia ricamato sul rapporto tra Gesù e la Maddalena…

Di fatto queste amicizie sono luoghi in cui lo Spirito si manifesta in tutta la sua potenza: Lui che è il dono fa della relazione un costante dono il cui frutto è amore, gioia e pace (Gal 5,22).

E’ per questo che certe persone sono per me casa: gioia e pace sono le caratteristiche di un profondo amore alimentato dal fuoco dello Spirito.

Chi ha orecchi…

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Infinitamente improbabile

E’ proprio di ogni nuovo inizio di irrompere nel mondo come “un’infinita improbabilità”.

(Hannah Arendt)

A volte mi fermo a pensare a quanto ho vissuto finora, a cosa, ma specialmente a chi mi ha in qualche modo segnato.

Se passo in rassegna i volti e le storie delle persone che in questi anni mi hanno accompagnato nel mio viaggio chiamato vita, alcuni sono presenti in modo davvero forte, come se fossero scolpiti sulla roccia del tempo.

Quello che mi lascia più sconcertato è che questi incontri, nel loro inizio, sono stati del tutto “casuali“: persone lontane dal mio mondo, anche spazialmente, ma che adesso sono sempre vicine arricchendo la mia vita in modo unico e speciale.

Se si volesse guardare la cosa da un altro punto di vista, potrei dire che questi incontri sono stati dettati dal “destino: era necessario che le cose andassero così.

In tutta onestà non riesco ad immaginarmi questo intessere relazioni così profonde come dovute alla roulette della vita o legate a qualche catena ancestrale. Tra il caso e la necessità si pone ciò che ci fa uomini capaci di costruzioni d’amore mai immaginate prima: la libertà.

E’ nella loro libertà che questa persona o quell’altra hanno deciso di aprire reciprocamente il loro cuore, di condividere la propria vita in un cammino che riserva sorprese altamente ed infinitamente improbabili, come ogni nuovo inizio che trova nella libertà più autentica la sua ragione: quella di amare.

Così come mi ricorda il mistero di questa Santa Natività. Un Dio che si fa uomo? infinitamente improbabile da pensare, ma così concretamente vero da cui lasciarsi amare.

Felice di essere figlio di un Dio infinitamente improbabile con tanti improbabili fratelli e sorelle da amare.

Probabilmente reale


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Cosa fare? niente!

Maestro, che cosa devo fare di buono per avere la vita eterna?

(Mt 19,16)

La risposta che mi viene in mento è: niente! Perché non c’è niente di buono che possa fare per avere la vita eterna.

Ricondurre la propria felicità a delle cose da fare significa deresponsabilizzarsi, per fare della sequela di Gesù un “timbrare il cartellino” piuttosto che una scelta di amore più o meno consapevole.

È per questo che Gesù con somma sapienza e terribile pazienza sta al gioco – almeno inizialmente – del giovane ricco: lo costringe a smascherarsi e a mettersi di fronte alla realtà della sua vita, di fronte ad un imperativo che non può venire semplicemente dall’esterno, come ad una norma a cui adattarsi, ma che cerca nella verità del profondo le risorse per una risposta.

È proprio quando mi guardo nel profondo che corro il rischio del bivio: da una parte me, con il mio inseparabile carico di miseria e dall’altra la sovrabbondante grazia di Dio, che rischia di farmi dimenticare la mia debolezza insuperbendomi.

Penso che la sapienza di una giusta risposta si trovi nel saper guardare tutt’e due le strade in maniera inclusiva e non semplicemente o banalmente esclusiva.

Il Signore mi chiama ad un sano realismo su di me e sul mondo con la dolcezza della carità, ma anche con la fermezza della verità: è nel rimettermi nel suo giudizio che trovo la via della mia più autentica felicità.


1 Commento

(In)Fedele

Ti farò mia sposa nella fedeltà e tu conoscerai il Signore.

(Os 2,22)

 

In questa catena di riflessioni che la liturgia mi propone, ancora una volta la mia attenzione viene catturata da un’espressione che mi rivela e mi ricorda il volto di Dio e la mia esperienza di Lui.

Quello che fa da perno alla mia esperienza è proprio la fedeltà: del resto non riesco a credere che si possa vivere un’autentica e profonda esperienza d’amore senza il chiodo che tiene il tutto insieme, nonostante le burrasche della vita. La fedeltà di Dio per l’uomo passa attraverso un chiodo e ne è la testimonianza perenne: quello che inchioda le mani e i piedi di Gesù alla Croce. È un’epifania di amore molto dura e cruda, ma che non si disperde in rivoli di farneticazioni filosofiche che portano a qualche giustificazione.

Quello che difetta è la mia fedeltà, pronto a metterla da parte o dimenticarmene appena iniziano a soffiare i venti della stanchezza e a cadere la pioggerellina insistente delle tentazioni.

La strada del mio matrimonio si chiama “resistenza”, sorella siamese di fedeltà: resistenza all’uomo vecchio e fedeltà al mio vero io, che è somiglianza ad un Padre che incessantemente mi ricorda dove sia la mia vera casa.