Ludwig

Heart speaks to heart


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Quello che fa correre

Quello che fa avanzare sulla via è l’amore di Dio e del prossimo.

Chi ama corre, e la corsa è tanto più appassionata quanto più è profondo l’amore.

(S. Agostino, Discorso 346/b)

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L’umiltà di un Grande

Il demonio, dopo aver tentato un vano assalto contro Macario il Grande, gli dice:

Hai una grande forza, Macario; per questo non posso far nulla contro di te. Quello che fai tu, lo faccio anch’io: tu digiuni? io non mangio niente; tu vegli? io non dormo affatto. Vi è una sola cosa in cui mi vinci.

Quale?

gli domandò Macario.

La tua umiltà; per questo non ho alcun potere su di te.

(Detti, 11)

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Abba Antonio

Abba Antonio, scrutando l’abisso dei giudizi di Dio, chiese:

Signore, come mai alcuni muoiono in giovane età, altri vecchissimi? E perché alcuni sono poveri e altri sono ricchi? E come mai degli ingiusti sono ricchi e dei giusti sono poveri?.

E giunse a lui una voce che disse:

Antonio, veglia su di te. Questi giudizi spettano a Dio; non ti giova conoscerli.

(Detti, 2)

S._Antonio


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Messa in prova

Non metterai alla prova il Signore Dio tuo.

Mt 4,7b

Tornare a meditare sulle tentazioni di sicuro non mi fa male.

Probabilmente è vero che la mia vita di peccato non si pone strettamente nella materialità dei peccati che commetto, specialmente di quelli ricorrenti, quanto piuttosto nel mettere alla prova la misericordia di Dio attraverso la mia superficialità nel commettere peccati.

La “familiarità” con la misericordia, quando non è più motivo di meraviglia, di ringraziamento e di dono, significa che più probabilmente è familiarità accettata e pacifica di una vita di peccato in cui, in qualche maniera, mi compiaccio e mi rendo connivente: la misericordia di Dio diventa così un semplice salvagente da utilizzare nei momenti di maggiore difficoltà. Passata l’urgenza tutto ritorna come prima e, posato il salvagente, continuo a nuotare beato nella autoreferenzialità del mio peccato.

Ma la sequela di Cristo, così come mi ricorda questa pagina di Vangelo, è tutt’altra cosa.

Ancora una volta mi rendo conto che la mia lotta, la mia resistenza spirituale passa attraverso il rimettermi nelle mani di Dio, nell’affidare a Lui nella mia preghiera tutta la mia giornata, le mie relazioni, le mie paure, i miei incontri ed i miei peccati: ciò che non affido a Lui è destinato a crescere come un tumore che assorbe energie spirituali.

L’altro passaggio che mi colpisce è proprio l’ultimo versetto (11) dove, dopo aver resistito alle tentazioni, Gesù è servito dagli angeli.

Non è Gesù che si auto premia per dirsi quanto è stato bravo e come ha affrontato bene la situazione.

Non è lui che stende le mani per poter prendere qualcosa che gli spetterebbe, almeno apparentemente, come nella prima tentazione.

La verità è che è Dio che decide di servirlo attraverso i suoi angeli: la supremazia della Sua volontà è un assoluto che sa guardare ben oltre la mia povera vista o le mie meschine attese e false speranze.

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Un po’ di galateo (in questo Giovedì Santo 2015)

Quando siedi a mangiare con uno che ha autorità,
bada bene a ciò che ti è messo davanti.

Proverbi 23,1

Penso che una delle esperienze imbarazzanti per chi non ha molta dimistichezza, è quella di sedersi a tavola per qualche festa importante e trovarsi davani una quantità semismisurata di posate e bicchieri. Le domande partono in automatico all’interno del cervello, dissimulando goffamente un certo imbarazzo: con quale posata inizio? qual è il bicchiere dell’acqua? e quello del vino…?

Una regola molto pratica è quella di guardare come fanno gli altri più “esperti” ed agire di conseguenza: nel comportamento dei più sta la normalità (di durkheimiana memoria) in cui mi posso rifugiare con un minimo di serenità sul giudizio altrui.

Se questo è vero per una cena importante, quanto più può esserlo davanti all’Ultima Cena dove mi siedo davanti a Colui che è Autorità. Il capotavola mi spiega con i gesti, con la vita, con tutta la sua vita come ci si comporta in quella Cena e quali sono le regole autentiche di quel sedersi insieme, di quell’inginocchiarsi come uno schiavo davanti agli uomini:

Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, 4si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. 5Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto.

Gv 13,2-5

Ecco che il galateo secondo gli uomini è scardinato e la cosa crea imbarazzo oltri ogni dire, tanto che Pietro rimane imbarazzato: mica si comporta così una persona importante! tutt’altro! dovrebbe essere l’esatto opposto!

Ed invece Gesù spiega come si sta a quella tavola, quale sia il punto di vista di Dio:

14Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. 15Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi.

Gv 13,14-15

E non credo che lasci spazi ad ulteriori imbarazzanti quanto maldestre interpretazioni.

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Le chiavi di Casa

[Gesù] disse loro: “Ma voi, chi dite che io sia?”. 16Rispose Simon Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. 17E Gesù gli disse: “Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. 18E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. 19A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”.

(Mt 16,15-19)

E’ da un po’ che volevo scrivere una riflessione che mi frulla per la testa almeno da questa estate. Forse è giunto il momento, spinto da “coincidenze” vespertine…

Il brano sopra riportato ho avuto, a suo tempo, modo di sviscerarlo per lungo e per largo dal punto di vista esegetico, ma la mia attenzione non si era mai soffermata sulla relazione che passa tra Gesù e Pietro, tra Gesù e me stesso.

Mi è capitato di chiedere a più di qualche ragazzo a che età i suoi genitori gli avevano consegnato le chiavi di casa. Le risposte, naturalmente, sono state molteplici, ma erano accomunate da una costante non tanto legata all’età, quanto alla fiducia.

Penso che sia esperienza comune che le chiavi di casa nostra ci siano state consegnate quando i nostri genitori, ad un certo punto, hanno deciso di avere più fiducia in noi: una conquista che spesso si coniuga col senso di indipendenza e gratitutdine per chi le riceve.

Se questo è vero per noi, non credo che lo stesso si possa dire di Dio.

Di fatto, il Signore non aspetta che abbia fiducia in me per consegnarmi le chiavi di Casa, per un semplice motivo: si fida ciecamente di me perché mi ama e mi conosce meglio di me stesso, al di là delle mie fragilità e debolezze.

No.

Il Signore mi consegna le chiavi di Casa quando sono io a fidarmi di Lui.

E’ questo il paradosso apparente.

Perché alla fine sono io che me ne vado, in un modo o in un altro, via di casa.

Non Lui.

Quando però, come Pietro, riconosco Gesù come unico Signore, è lì che il mio posto, la mia vita si trova realmente con l’unico Padre. E’ lì che si aprono le porte di una vita nuova, i cui cardini sono amore e fiducia. Una vita che trova senso e significato profondo al di là di tutti i miei sbagli, oltre la percezione che posso avere di me stesso e di quanto mi circonda.

Perché è proprio vero quello che scriveva Fedor Dostoevskij:

Amare qualcuno significa vederlo come Dio aveva inteso che fosse.

E chi vede meglio di Dio?

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R.I.P.

RipNella puntata precedente abbiamo visto l’importanza del lavoro nella Bibbia e come questo abbia dei connotati ben precisi: è a favore e per il bene non solo del singolo, ma della collettività; dovrebbe essere motivo di costruzione di fraternità; se lo si assolutizza come unico modello di vita diventa un padre/padrone che schiavizza e disumanizza l’uomo.

 In questo altro articolo vediamo il risvolto del lavoro biblico, ciò che gli dà senso e compimento: il riposo.

 Riprendendo il racconto della creazione che troviamo nei primi due capitoli del libro della Genesi (qui) notiamo un particolare interessante: tutti i sei giorni della creazione convergono verso il settimo. L’armonia della creazione iniziale trova il suo compimento definitivo nel giorno del riposo che non si identifica il un “dolce far nulla” di Dio, ma – dice il testo –

Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro che egli creando aveva fatto.

(Gn 2,3)

È l’unica volta durante tutto il racconto in cui Dio benedice un giorno: questo significa, per la mentalità della Bibbia, che il settimo giorno è fonte di benedizione e di fecondità. In altre parole, Dio non lavora per poter riposare, né tantomeno riposa per poter lavorare di più!

 In questo sapiente equilibrio l’uomo trova lo spazio e l’occasione per essere sempre più uomo e sempre meno una macchina da produzione: quel che ci aiuta a crescere come uomini è quel riposo ad immagine del settimo giorno, in cui abbiamo il tempo necessario per bilanciare la nostra vita tra le attività della settimana e lo spazio psicologico per sentirsi pienamente e autenticamente se stessi.

Lo stesso Gesù, per quanto santa possa essere la missione affidata ai suoi apostoli, dice chiaramente davanti ad un eccesso lavorativo:

“Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po’”. Era infatti molta la folla che andava e veniva e non avevano più neanche il tempo di mangiare. Allora partirono sulla barca verso un luogo solitario, in disparte.

(Mc 6, 31-32)

 È un tratto umanissimo di Vangelo che mette l’accento sulla comunità di Gesù: sono gli amici che si ritrovano da soli per starsene tra loro in santa pace, non per oziare, ma per poter ritrovare loro stessi.

Nel vero riposo si ha la possibilità di entrare più pienamente nella nostra vita: è il tempo di riscoprire l’equilibrio tra presenza a se stessi e presenza agli altri. Solo il vivere autenticamente il riposo, gustarlo nelle sue tante sfaccettature umane (la lettura, l’arte, le passeggiate in natura, la musica, la buona compagnia…) ci fa comprendere come il tempo abbia una sua “sacralità”. Ad una condizione: essere “padroni” del tempo per scoprirsi sempre più veri uomini.