Ludwig

Heart speaks to heart


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Credere di credere

 
 

«Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo». (Mc 1,15)

 

Siamo agli inizi del Vangelo di Marco e con questa frase Gesù dà inizio alla sua missione: un versetto intenso, denso, profondo che apre mille porte all’interno del mio cuore, perché segna un continuo stimolo a non fermarmi, a non far diventare tiepido il mio cuore.

 

«Credete al vangelo».

“Credere” … ma cosa significa, poi, questa parola?!?

E “credere al vangelo”?!?

 

Le parole che vengono utilizzate nella Scrittura a volte ci risultano urtanti, ci indispongono perché naturalmente non ne comprendiamo fino in fondo il significato: ci dimentichiamo che quello che leggiamo è stato scritto qualche millennio fa, in un altro contesto storico-culturale, con un altro modo di esprimersi.

Ma la dimenticanza più grossa è quella di non ricordarci che dietro quelle parole c’è una realtà. Anzi, c’è una Persona.

 

“Credere”…

 

Generalmente mi fido di una persona quando sperimento in modo vivo ed inequivocabile che quella persona in qualche modo mi ama e quando, a mia volta, ricambio quest’amore. Mi fido delle persone che sento che mi amano e delle quali provo a ricambiare questo amore: spesso ad un tradimento della fiducia subentra anche una “diminuzione” di amore.

 

“Credere”… alla fine non è che questo: amare.

Anzi, prima ancora, lasciarsi amare.

Credere al vangelo, credere alla buona notizia, significa lasciarsi amare da Dio e cercare di ricambiare questo amore.

 

Credere non è moralismo o pura etica precettistica (fai questo/non fare quello): in questo caso sarebbe solo una condanna alla schiavitù.

 

Credere è “credere nell’amore” che non tradisce mai la tua fiducia.

Credere è sforzarsi di ricambiare questo amore.

 

Credere non è qualcosa di statico, di monolitico, conquistato una volta per tutte.

 

Credere è imparare ad amare.

 

Come Dio ci ama.

 

Come Dio mi ama.

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Indiscriminatamente

Nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore.

(1Gv 4,18)

Diceva S. Ilario che le nostre paure, i nostri sensi di colpa si pongono nell’ambito dell’amore: probabilmente la maggior parte delle paure che viviamo nei confronti degli altri hanno questa radice. Consapevolmente o meno ci rendiamo conto che le nostre “mancanze”  nascono proprio da poco amore, da una mancanza di amore.

Certo, quelle nei confronti degli altri sono forse più evidenti, più visibili.

Quelle nei nostri confronti (il non sapermi amare) a volte sono più subdole e travestite da mille giustificazioni più o meno razionali, più o meno convincenti, ma il realtà molto “punitive” e poco umili.

La relazione più conflittuale e, a volte, più dimenticata è però quella con Dio, che spesso viene messa a tacere del tutto. Tutt’al più sono io a parlare con Lui, ma difficilmente sono io che mi fermo ad ascoltarlo.

Perché? Perché penso che ascoltarlo sia innanzitutto non stare ad ascoltare semplicemente parole da parte di una persona qualsiasi, ma prendere coscienza che le sue parole mi dicono in continuazione. “Ti amo!”.

E questo scomoda.

E pure tanto.

Perché se rispondiamo al suo amore, se ci lasciamo amare indipendentemente per quello che siamo e facciamo, significa che siamo chiamati ad amare come Lui ama, in maniera “perfetta”, cioè completa, piena e senza riserve tutti.

INDISCRIMINATAMENTE.

Che strano… desideriamo profondamente di essere amati, ma ci fa difficoltà l’amare profondamente…

You-are-Loved


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Incondizionatamente

 

 

«Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. In questo si è manifestato l’amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo unigenito Figlio nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui. In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati». (1Gv 4,7-10)

 

Tutta la prima lettera di Giovanni è di una densità incredibile: si nota subito che tutto quello che scrive non è frutto di semplice riflessione “filosofica” su Dio e sull’Amore. È primariamente la comunicazione di un’esperienza vitale vissuta fino in fondo, esperienza che ha radicalmente cambiato la sua vita e, di conseguenza, il modo di vedere tutto quello che lo circonda. Ed è proprio questo nuovo modo di vivere e di capire che ci certifica che quello che ha sperimentato, quello che ha “gustato” è vero ed autentico.

 

I versetti 9 e 10 («In questo si è manifestato l’amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo unigenito Figlio nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui. In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati») mettono in evidenza proprio la causa scatenante di tutto questo: Giovanni ci ricorda in maniera chiara ed inequivocabile che l’amore non è qualcosa di astratto, una parola che evoca solo belle emozioni, ma è, prima di tutto, una persona che sanguina fino alla morte.

L’amore di Dio non è rimasto tra i cieli come un’idea platonica da raggiungere, ma si è fatto Uomo, si è fatto storia concreta: una storia che non è finita con una croce, ma che continua nella Risurrezione.

 

Questo infinito gesto d’amore gratuito, senza nessun merito da parte nostra, è generalmente chiaro da un punto di vista concettuale: Dio è morto per me. Difficilmente ne tiriamo tutte le conseguenze perché spesso rimane solo una “verità logica” e difficilmente una verità vissuta, gustata. Si ferma alla testa, ma farla scendere nel cuore…

E la prova del nove la si riscontra nel vissuto, come sempre, in una piccola banalità: piccola ed insignificante come un bambino che nasce in un oscuro remoto angolo della terra. Cosa? Che, in un certo senso, è naturale amare e con certe persone viene pure abbastanza semplice.

 

A volte perseguiamo grandi progetti e sogni di donazione della nostra vita a favore dei più bisognosi: cosa sommamente grandiosa!!! Ma spesso ci sfugge il particolare: ad amare, come dicevo, a volte è pure semplice.

 

La differenza, invece, si pone su un altro piano: prova, prima di tutto, a LASCIARTI AMARE.

 

INCONDIZIONATAMENTE.

 

E vedrai come la vita cambia…


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Per Michela

“Per diventare virtuosi del violino occorre possedere due qualità: saper ascoltare e saper sentire.

Johannes possedeva entrambe tali qualità. Egli sapeva scoltare il proprio strumento. E sapeva sentirlo vibrare all’interno di sé.

Ogni giorno, dall’alba al calar del sole, egli si consacrava alla propria arte.

Talvolta suonava con una passione tale da fargli passare l’intero giorno con gli occhi chiusi ad ascoltare le proprie emozioni. Sprofondato in sé e nella musica, era tuttavia in grado di vedere il mondo meglio di chiunque altro, poiché laddove i suoi occhi erano chiusi il suo cuore era aperto alla luce”.

violin

        Maxence Fermine, Il violino nero.