Ludwig

Heart speaks to heart


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La danza delle parole

Tra poco inizia l’Avvento e con esso anche il mio ministero diaconale. Ancora una volta il Signore si diverte a giocare con la mia vita facendomi dei doni che, se non sono abbastanza attento, rischio di non vedere, perché «l’essenziale è invisibile agli occhi».

Ripenso a quando, quasi un anno fa, mi sono ritrovato durante una celebrazione Eucaristica, a proclamare la Parola nella Santa Casa di Loreto: “Dio è folle!!!”, pensai. Affidare la sua Parola alle mie labbra, alla mia voce, perché risuonasse ancora una volta in quella casa dove «il Verbo si è fatto carne»…

 

Per me la proclamazione della Parola di Dio è sempre stato un grande dono, mai scontato. Un privilegio al quale tra poco si aggiungerà anche la proclamazione del Vangelo. E mi rendo sempre più conto di un’esigenza che “grida” in maniera forte nella mia vita: il diminuire lo spazio tra la proclamazione nell’assemblea e la proclamazione nel mio cuore. Cioè, se la prima non nasce dalla seconda, se la mia vita non è intessuta e imbevuta di Parola, non faccio altro che testimoniare una scollatura tra fede e vita.

C’è un livello oggettivo, ed è il fatto che il Signore opera sempre e comunque attraverso di me, che mi piaccia o meno, che ne sia degno oppure no.

E poi c’è un piano soggettivo, che è il mio rispondere alla sua Grazia: è il mio testimoniare nella vita la sua Vita. Un vivere la sua Vita.

 

Ripensando alla Santa Casa capisco un po’ di più quello che Gesù voleva dire con «chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». C’è una fede che supera in dignità la maternità “fisica” di Maria: è la maternità della fede che genera il Verbo eterno nella mia vita e in quelle delle persone che mi stanno intorno.

Come Maria sono chiamato ad essere innanzitutto madre nella fede («si compia in me la tua volontà») e di conseguenza tutto il resto…

 

DIO È FOLLE!!!


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Non ti sopporto più!!!

Il Signore, che guida i nostri cuori nell’amore e nella pazienza di Cristo, sia con tutti voi.

(dalla Liturgia)

Un vecchio detto giapponese dice che la pazienza non consiste nel sopportare cose sopportabili, ma quelle insopportabili.

Penso che da una parte sia vero, ma dall’altra manca di una specificità tutta cristiana.

Portare pazienza in situazioni che non dipendono da noi e che esulano dalle nostre forze, penso sia saggezza e mai rassegnazione.

Portare pazienza con delle persone che in qualche modo “interferiscono” o “disturbano” la nostra vita può essere un buon punto di riflessione ed un’opportunità  di crescita.

È quello che sto vivendo in questi ultimi anni, crescendo (almeno in età): alle persone non va portata semplicemente pazienza, sennò rischio, prima o poi, di scoppiare e mandare in frantumi tutto quello che pensavo di aver costruito.

La pazienza è il termometro dell’amore verso una persona, e di questo ne faccio sempre più consapevolmente esperienza, giorno per giorno.

Se non riesco a “sopportare” qualcuno per breve tempo, vuol dire semplicemente che amo poco. Ed è da qui che nasce l’insegnamento di Gesù sul perdono: quante volte devo perdonare?

Non c’è limite.

Anzi, c’è ed è determinato dalla mia (in)capacità di amare.

Gesù ancora una volta ribalta un modo di pensare comune e mi spinge ad andare nel profondo del mio cuore: il problema in sé non è chi “sbaglia”, ma sono io.

Chi mi fa un torto, chi mi “stressa”, chi, in qualche modo, mi mette alla prova, dovrei ringraziarlo, perché mi sta aiutando a capire quanta strada devo ancora percorrere per imparare ad amare veramente.

A tutti i costi.

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