Ludwig

Heart speaks to heart


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Un antico ricordo

«Si è riempito di lui

il mio cuore di seta,

di campane smarrite,

di iris e di api.

 

Io me ne andrò lontano

oltre quella montagna,

al di là dei mari,

vicino alle stelle,

 

per chiedere a Cristo

che mi ridia l’anima

antica di bambino,

matura di leggende,

con il berretto di piume

e la spada di legno».

 Federico Garcia Lorca

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Il dono

A volte pensiamo che le parole uniscano, creino vicinanza, costruiscano un’amicizia, insomma come se l’equazione più si vive insieme, più si condividono esperienze e parole, più un’amicizia è di qualità sia vera.

Onestamente non credo che sia così.

A volte le parole feriscono e creano distanze, anziché unire.

A volte delle indelicatezze (volute o meno) feriscono in maniera “permanente” certe amicizie che si credevano inattaccabili.

E allora era davvero amicizia?

A volte, persone che ci stanno accanto da anni e anni e che riteniamo i nostri migliori amici, non ci capiscono in determinati momenti delicati della nostra vita e ci sentiamo “traditi”.

Nel mentre, una persona che ritenevamo marginale nella nostra esistenza, ci viene incontro e ci legge dentro come nessuno aveva mai fatto prima…

E allora qual è la vera amicizia?

Penso che l’amicizia, quella vera, sia un dono.

Non fatto da una persona nei confronti di un’altra, ma quella che il Signore ci fa attraverso delle persone inaspettate.

La prima vera amicizia è la Sua.

Che è gratuita, “inutile”, che ci precede e ci sorpassa in maniera immensa senza alcun nostro merito.

Poi ci sono le amicizie che sono un dono, che non si basano su fattori quantitativi (quanto abbiamo parlato insieme? Quanto tempo abbiamo trascorso insieme?) o di calcolo, ma solo sul fatto di essere un dono inaspettato.

Un dono d’amore vero, autentico, che tutto sopporta e tutto spera, che sa starti vicino sempre e comunque, anche se distante, anche se in “silenzio”.

E ringrazio Dio di tutto cuore per questi doni inaspettati che sono segno vivo e presente del suo amore per me.

Per il dono che sei tu nella mia vita.

 

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Una strana equazione

In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo. Se uno mi serve, il Padre lo onorerà.

Gv 12,24-26

 

…se invece muore, produce molto frutto.

Aggrapparsi alla propria vita significa rimanere solo, mentre chi relativizza la propria vita nel seguire Gesù vive e produce molto frutto.

È un passo breve, ma denso e profondo, che allarga gli orizzonti di una vita che vuol vivere seguendo Gesù.

Ho come l’impressione che l’equazione [vivere = morire : morire = vivere] tocchi la profondità del cuore umano in una dimensione camaleontica della vita del cuore: il nostro egoismo.

Se può sembrare evidente che le parole di Gesù tocchino il nostro egoismo in generale, forse lo è di meno se le consideriamo applicate ad un cuore che rimane ferito da qualche delusione che genera poi rabbia, risentimento, divisione, ostilità…

C’è un egoismo subdolo e pericoloso, che è l’egoismo del dolore: molti nostri cammini di guarigione, di perfezione (cioè di imparare a saper amare), sono ostacolati proprio dal dolore ricevuto e quindi dato.

Se, generalmente, non riusciamo a condividere le gioie più profonde o, quanto meno, ci viene difficile, quanto più impegnativo è condividere il proprio dolore con chi ci ha fatto del male, con il fine ultimo di voler ricercare l’unità, di voler ricucire un strappo, di voler sanare una ferita… ma dietro tutto questo c’è il verbo “volere”.

L’egoismo del dolore genera fantasmi e paure che ci fanno dubitare della promessa fatta da Gesù di essere “un sol corpo e un sol spirito”.

L’egoismo del dolore erige una prigione senza mura, nella quale ci auto-imprigioniamo pensando di essere liberi, solo perché non vediamo le mura del nostro carcere.

L’egoismo del dolore ci divide e ci rende ciechi, dimenticandoci quanto ci siamo amati: ci rende dei “giustizieri” dal grilletto facile. Ci rende (falsi) giusti ai nostri occhi.

Ci fa superiore agli altri.

Ci rende dei nani dell’amore completamente ottusi.

Ci rende tenebra nella luce di Dio.

Eppure Lui continua ad amarci, anche se lo insultiamo, anche se lo bastoniamo, anche se gli sputiamo in faccia e poi lo crocifiggiamo.

Ma nonostante questo continua ad amarci e a prendersi cura di noi, quando nemmeno noi sappiamo prenderci cura gli uni degli altri.

Saper condividere il proprio dolore con chi ci ha fatto del male, forse è l’unica strada per una vera guarigione in Cristo.

Lui che è la forza, l’unità, la pace e l’amore a tutti i costi, guidi i nostri cuori e i nostri passi sulla via della pace, che è il suo cuore.

Perché è nel suo cuore che siamo tutti una cosa sola.

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Il tesoro e la perla

Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia, e vende tutti i suoi averi e compra quel campo. Il regno dei cieli è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra.

Mt 13,44-46


«Il regno dei cieli è simile…». È un po’ strano questo regno dei cieli: è contemporaneamente un tesoro nascosto ed una perla pronta a lasciarsi trovare.

Il Vangelo ci propone due modi di trovare la stessa ricchezza: il primo è “quasi” per caso. “Quasi” perché qualcuno ha nascosto quel tesoro in quel campo: sta lì per essere trovato e portare grande gioia.

Il secondo è un ricercare qualcosa di prezioso che si intuisce possa esistere: il mercante già va in cerca di perle, ma ne trova una tutta particolare che vale più di tutte le altre.

La conclusione, in tutt’e due i casi, è la stessa: vendere tutto per comprare quello che vale di più e che porta, quindi, più gioia nella propria vita

 

Specialmente la seconda similitudine mette in evidenza quattro verbi tipici della “sana” vita spirituale a servizio del Regno: cercare – trovare – vendere – comprare.

Che sono anche quattro verbi legati alla vita economica di un mercato: 1) un produttore cerca cosa può soddisfare il consumatore; 2) trovato quello che può essere il prodotto giusto; 3) investe nella produzione di quest’ultimo; 4) per ottenere un guadagno (a costo di creare bisogni indotti).

 

La logica del Regno è all’esatto opposto: non si impone, ma si lascia cercare.  Le altre azioni (trovare – vendere – comprare) non sono per forza di cose consequenziali, perché poggiano su due motivazioni molto forti: la libertà dell’uomo e il suo saper amare.

Nella nostra vita quotidiana, parecchie volte capita di “comprare” qualcosa che sembrerebbe essere bello, che promette una qualche felicità più o meno duratura, ma che una volta comprata ci lascia l’amaro in bocca: a ben pensarci, in questi casi, non credo proprio che abbiamo venduto qualcosa per acquistare quel “falso” bene.

Abbiamo, in qualche modo, semplicemente svenduto noi stessi, il nostro essere, il nostro saper amare, la nostra libertà.

 

Gesù ci promette molto di più: nel cercare – trovare – vendere – comprare lui ci garantisce una cosa semplice semplice: una gioia che nessuno potrà MAI toglierci.

Questo richiede lungimiranza, così come ci insegna il Vangelo di oggi, ed un apparente rinuncia a tutto quello che “abbiamo” per ritrovarci più ricchi di quanto potessimo immaginare.

Semplicemente per l’eternità…

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